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15 aprile 1967, 53 anni senza Totò

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L’amicizia sincera tra Totò e Eduardo e l’episodio di Napoli milionaria

È nel nostro DNA, nel patrimonio genetico di ogni napoletano degno di tal nome.

Un mare di gente a Piazza del Carmine, il giorno dopo la sua dipartita terrena, l’aveva già compreso: Napoli non sarebbe stata più la stessa senza Totò.

Senza il suo ultimo, grande Principe.

Perché tale era il nostro amato Totò: un uomo senza tempo, la cui nobiltà trascendeva l’araldica ed affondava le sue radici in qualcosa di certamente più Alto;

un uomo nato dal nulla e diventato paradigma della formidabile e pura napoletanità che, a partire dall’età infantile, incontra altri straordinari rappresentanti di quella Napoli diventata, a pieno diritto, capitale mondiale del Bello.

Nel primo Novecento la città subisce profondi mutamenti, dall’urbanistica ad una più drammatica stratificazione del tessuto sociale, le cui spaccature diventano profonde, ma vicine, evidenti.
In una di quelle strade malfamate, ecco incontrarsi due ragazzini, due scugnizzi (nell’accezione  più antiretorica del termine) che ricordano quel dal vero girato dai fratelli Lumière a Napoli: Eduardo e Totò.

Due geni, due Artisti destinati a rivoluzionare il mondo del Teatro e del Cinema, ma soprattutto due ragazzi che condividono stessa “diversità”: esser figli illegittimi, l’uno, insieme a Titina e Peppino, figlio del grande Eduardo Scarpetta e della nipote Luisa De Filippo; l’altro, figlio di Anna Clemente, una giovane ragazza palermitana e del Marchese Giuseppe De Curtis, riconosciuto soltanto nel ’33, a trentacinque anni.

Napoli milionaria al cinema

Proprio questa forma di “diversità”, accompagnata dalla comune miseria di mezzi,  sancisce un’amicizia che sarebbe durata per tutta la vita e ulteriormente suggellata nel ’49, anno di lavorazione dell’adattamento cinematografico di Napoli milionaria.

Totò, pur essendo nello stesso anno sul set di Totò le Moko e Totò cerca casa, entusiasticamente decide di partecipare gratuitamente al film (nei panni dell’indimenticabile Pasqualino Miele) come segno d’indissolubile amicizia nei confronti di Eduardo, sollecitato dal produttore Dino De Laurentiis a coinvolgere il grande comico napoletano.

De Filippo, commosso dal nobile gesto, invia in segno di riconoscenza alla moglie del Principe, Diana, una collana d’oro tempestata di brillanti, accompagnandola da alcune righe che rappresentano una delle più toccanti lettere dell’intera storia dello spettacolo:

Caro Antonio,

a parte qualunque interesse, questa collaborazione che io ti ho chiesto, ci riporterà, sia pur pochi giorni, ai tempi felici e squallidi della nostra giovinezza.
Ogni qualvolta penso a te, Amico, te l’ho detto a voce, e voglio ripeterlo per iscritto, ho l’impressione di non essere più solo nella vita. Questa benefica certezza mi viene senza dubbio dalle infinite dimostrazioni pratiche di affetto che tu, in qualsiasi momento, mi dai.

L’amicizia sincera tra Eduardo e Totò

Il senso di fratellanza è qui espressione diretta di due animi nobili, effettivamente “diversi” perché elevano i due grandi Artisti soprattutto rispetto a chi, faziosamente, li ha etichettati per anni come uomini «intrattabili», «burberi», «inavvicinabili».

Verrebbe quasi da chiedere se era la stessa intrattabilità a spingere Totò alla donazione, frequente e silenziosa, di buste colme di diecimila lire ai capifamiglia del Rione Sanità; se era la cosiddetta inavvicinabilità dell’ultraottantenne Eduardo a indurlo a combattere, da senatore a vita e fino alla fine dei suo giorni,  la miserevole condizione del carcere minorile Filangieri, fino all’emanazione della cosiddetta Legge Eduardo che tentava di lenire il problema.

La valutazione soggettiva di certi ambienti e soloni intellettuali non può minimamente scalfire la testimonianza di vita e d’Arte che questi due grandi Napoletani hanno lasciato a noi delle generazioni successive:

dalla miseria può nascere l’Arte; «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior». De Andrè aveva ragione …

Ferdinando Guarino