Un'immagine di Paolo Borsellino, assassinato il 19 luglio 1992 insieme a cinque componenti della sua scorta
Un'immagine di Paolo Borsellino, assassinato il 19 luglio 1992 insieme a cinque componenti della sua scorta
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Un ricordo sentito nel giorno dell’anniversario della morte di un grande magistrato: Paolo Borsellino

Erano trascorsi appena 57 giorni dalla strage di Capaci e Cosa Nostra, domenica 19 luglio 1992, colpì nuovamente a morte lo Stato, uccidendo un altro suo servitore: il giudice Paolo Borsellino.

Domenica 19 luglio 1992

Molti italiani erano in spiaggia per combattere la calura estiva. Altri, invece, erano sintonizzati davanti alla TV, per assistere alla tappa del Tour de France che arrivava sulla cima storica dell’Alpe d’Huez.

Paolo Borsellino, nonostante fosse un grande appassionato di ciclismo, quella tappa non riuscì a vederla.

Voleva andare a trovare sua madre che abitava in Via Mariano D’Amelio, ma alle 16.58, circa 90 chilogrammi di esplosivo posti in una FIAT 126 furono fatti esplodere e oltre al magistrato, trovarono la morte anche cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi.

Paolo Borsellino: il suo impegno per la lotta alla mafia e il maxi-processo

Nato a Palermo il 19 gennaio del 1940, Paolo Borsellino, nel 1963 a soli 23 anni divenne il più giovane magistrato italiano.

Nel 1983, Antonino Caponnetto lo scelse insieme a Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, come membro del nuovo “Pool Antimafia”.

Il Pool era stato creato dal predecessore di Caponnetto, il giudice Rocco Chinnici, assassinato il 29 luglio del 1983 a Palermo, insieme a due agenti della scorta, nei pressi della sua abitazione.

Il lavoro di Borsellino e del Pool si basava principalmente sulle attività di tipo investigativo, in merito ai movimenti di denaro e sulle attività delle famiglie inerenti al traffico di stupefacenti.

Il maxi processo

Nel 1985, Falcone e Borsellino ebbero il compito di istruire il maxi-processo. Insieme a loro, lavorarono gomito a gomito, due poliziotti, Beppe Montana e Ninni Cassarà, che furono uccisi rispettivamente il 28 luglio ed il 6 agosto del 1985.

Successivamente a questi omicidi, i due magistrati siciliani furono costretti a trasferirsi nella casa circondariale di massima sicurezza situata nell’isola dell’Asinara, per portare a termine il loro lavoro.

I due giudici scrissero un’ordinanza-sentenza di circa ottomila pagine, che rinviava a giudizio 476 indagati.

Il maxi-processo, che si svolse nell’aula bunker costruita appositamente nel carcere  palermitano dell’Ucciardone, iniziò il 10 febbraio del 1986 e terminò il 16 dicembre del 1987.

Si concluse dopo 349 udienze, con condanne per 2665 anni di reclusione e 19 ergastoli, tra i quali Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Pippò Calò.

Alle battute finali del maxi-processo, per motivi di anzianità, il giudice Caponnetto lasciò il Pool.

Tutti avevano la certezza che a sostituirlo fosse Falcone, ma il CSM scelse Antonino Mieli che determinò nei fatti la fine del Pool.

La Cassazione il 30 gennaio del 1992, confermò tutte le condanne maggiori del maxi-processo.

Quella sentenza, determinò la condanna a morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

La strage di Capaci del 23 maggio e quella di Via Mariano D’Amelio del 19 luglio segnarono non solo la storia di quel terribile 1992, ma l’intera storia del nostro Paese.

L’insegnamento di Paolo Borsellino

Sono trascorsi 27 anni da quella tragica domenica, ma il ricordo di Paolo Borsellino è sempre vivo.

Il magistrato palermitano non ha mai disdegnato il confronto, soprattutto con le giovani generazioni.

Il suo modello e le sue parole devono essere un esempio per tutti noi.

Paolo Borsellino, con il suo impegno e il suo lavoro ci ha lasciato una grande eredità.

La mafia si combatte non solo con l’azione della magistratura, delle forze dell’ordine, ma con delle adeguate ed opportune scelte politiche e soprattutto con l’educazione.

E’ fondamentale far crescere una coscienza civile e ricordarsi, come sosteneva il magistrato palermitano, che: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una sola volta”.