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Si parla di parto pilotato quando il travaglio è già iniziato ma le contrazioni sono deboli e non costanti, in questo caso il ginecologo può prendere la decisione di pilotare il parto.

Che l’Italia sia un paese cresciuto all’ombra di tanti misteri è ormai risaputo.
Quel che invece non tutti sanno è che la Repubblica stessa è addirittura nata circondata da mille sospetti. La materia è complessa e il materiale reperibile è enorme, ma non si riescono a dissipare i dubbi e a far luce su ciò che accadde veramente in occasione delle consultazioni che dovevano decidere la composizione dell’Assemblea Costituente e, soprattutto, la forma di Stato che sarebbe dovuta essere adottata di là in avanti. Proviamo a ricostruire il più obiettivamente possibile cosa successe dal 2 giugno 1946 fino al 13 Giugno dello stesso anno, giorno in cui il Re, Umberto II sceglie l’esilio dopo un’aspra battaglia istituzionale col Governo De Gasperi.

Ci sono molti dubbi sulla vittoria della Repubblica. Per molti la Repubblica è nata nel sangue e nella truffa. Altri aggiungono grazie ad un colpo di stato commesso dal Governo, in un clima di guerra civile strisciante. Il ritorno alla democrazia non significò il suffragio universale. Moltissimi, troppi, italiani furono privati del diritto di voto.
Si dice che il voto fu regolare, a parte qualche disfunzione dovuta al lungo periodo di non voto, dovuto alla dittatura, ai registri elettorali non aggiornati, all’inesperienza degli scrutatori e dei presidenti di seggio. Il referendum si svolse in un Italia sconfitta, uscita da poco dalla Seconda Guerra Mondiale e che avrebbe firmato qualche mese dopo il trattato di pace imposto dai vincitori, il famoso Diktat.

Era un’Italia ancora sotto il controllo di un Governo militare straniero d’occupazione, con centinaia di migliaia di italiani sparsi per i campi di prigionia in tutto il mondo. In intere regioni dell’Italia centro-settentrionale, dove il predominio delle sinistre era assoluto, non si tenne nessuna manifestazione monarchica. Propagandare il voto per la Monarchia avrebbe significato esporsi a rappresaglie, minacce e violenze d’ogni tipo. Nella stessa Roma le manifestazioni di massa monarchiche, come ad esempio quella del 10 maggio 1946, erano assaltate dagli “Ausiliari di Romita”, ausiliari di pubblica sicurezza, ex partigiani inquadrati nella polizia, voluti dall’allora Ministro dell’Interno Giuseppe Romita.
A Napoli i cortei monarchici erano attaccati a colpi di bombe a mano come accadde in Via Foria il 15 maggio 1946, dove morirono 9 giovani monarchici e  un centinaio furono feriti.
In pratica l’Italia era spaccata in due. Insomma un clima che sembrava vicino a quello di una guerra civile.

Il 2 giugno del 1946 non votarono tutti gli Italiani

Se da una parte per la prima volta poterono votare le donne dall’altra furono, grazie ad un decreto legislativo, privati del diritto al voto gli abitanti della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Alto Adige. Questi cittadini sarebbero stati consultati “con successivi provvedimenti”. Praticamente “mai più”.

I cittadini Italiani in Libia, allora territorio metropolitano, furono privati del voto, forse il governo italiano era consapevole di cedere queste parti del territorio nazionale a stati esteri o forse pensava che gli abitanti potessero votare “Monarchia”, ritenendo che un’Italia monarchica potesse difendere meglio la permanenza delle loro terre all’Italia.
Furono inoltre esclusi dal voto i prigionieri, gli sfollati e gli epurati. Gli epurati erano coloro i quali, essendosi compromessi con il Regime, furono privati del diritto di voto, compresi i loro familiari.
Ma chi, a parte una piccola minoranza, non si era compromesso nel ventennio con il fascismo?

Non è contraria ad ogni civile principio di civiltà giuridica una legge con effetto retroattivo in materia penale? E i loro familiari che colpa avevano?
In totale furono privati del diritto di voto circa il 10 percento degli italiani, esclusi i “libici”.

La Repubblica ottenne la maggioranza dei voti

Anche sulla maggioranza dei voti e quindi sull’esito del Referendum ci sono “zone d’ombra”.  Il governo non comunicò in anticipo, come avviene in tutte le elezioni del mondo, il numero degli aventi diritto al voto. Anzi, secondo molti, dalle urne non potevano venir fuori tutte quelle schede.
In ogni Paese del mondo, c’è un rapporto costante tra gli aventi diritto al voto e la popolazione. I numeri sono numeri. Le leggi della demografia non lo consentono. I conti non tornano tra i “risultati” del referendum, i probabili aventi diritto al voto e la popolazione italiana del tempo.

Ci sarebbero stati circa 2 milioni di voti in più nelle urne. Numerose persone ricevettero 2 o 3 certificati elettorali. Lo stesso accadde per molti defunti. Due operai comunisti impiegati ai Monopoli furono arrestati, mentre trafugavano pacchi di schede elettorali prima del voto. Prendendo per buoni i “risultati” ufficiali la Repubblica avrebbe vinto per circa 250 mila voti in più rispetto al numero dei “votanti” ufficiali. Su circa 35 mila sezioni elettorali, furono presentati circa 21 mila ricorsi.

Furono esaminati e respinti tutti in meno di 15 giorni. Mentre la Corte di Cassazione esaminava i ricorsi, il Governo, prendendo per buoni i risultati provvisori del referendum, emise la notte del 13 giugno 1946, una dichiarazione con la quale trasferiva le funzioni di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio in carica. Si poteva aspettare il 18, data della proclamazione dei risultati definitivi. Forse si sarebbe potuto avere una Repubblica proclamata per decreto reale. Invece, forse per paura che i brogli sarebbero stati scoperti, il governo pose Umberto II di fronte al fatto compiuto.

Il Re, con i risultati ancora provvisori e sub judice, fu ridotto al rango di privato cittadino e posto di fronte al dilemma: partire per l’esilio o scatenare una nuova guerra civile.
Il Re partì. Non voleva avere sulla sua coscienza i lutti di una nuova guerra civile e la fine dell’Unità Nazionale conquistata durante il Risorgimento. Vi furono promesse e pressioni sulla Cassazione. Alla fine fu accolta a maggioranza, 12 contro 7, compreso il voto favorevole alle tesi monarchiche del Presidente della Corte, Giuseppe Pagano, sostenute dal parere favorevole del Procuratore Generale Massimo Pilotti, la tesi repubblicana: è “votante” solo colui il quale abbia compiuto “una manifestazione positiva di volontà”. In pratica un milione e mezzo circa di votanti, in bianco o nulli, non avevano votato. Sicché la presunta maggioranza per la Repubblica si ridurrebbe a 200 mila voti circa. Il sospetto che fu un colpo di stato, è desumibile dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 1° luglio 1946. Pubblicando il decreto del passaggio dei poteri di Capo dello Stato da De Gasperi a De Nicola, si precisò che De Gasperi deteneva tali poteri dal 18 giugno, cioè dal giorno in cui la Corte emise la sentenza definitiva.

Da qui l’ipostesi del “Parto Pilotato”.

 

Francesco Manca