Agostino Di Bartolomei - Capitano della Roma
adv

Capitano di poche parole, fu la prima “bandiera della Roma

Agostino Di Bartolomei era nato a Roma il 8 aprile 1955 e della Roma è stato il primo portatore di “romanità” tanto cara ai tifosi giallorossi.
Soprannominato “Ago”, è stato il capitano della Roma del secondo scudetto, la Roma allenata da Nils Liedholm e del presidente Dino Viola.

Fu proprio Liedholm ad esaltarne le caratteristiche tecniche. Era il classico libero all’italiana, giocava danti alla difesa, grande senso tattico, testa alta e lanci lungi di 50 metri precisi, impeccabili.

Imperturbabile, riflessivo, serio, razionale e colto, Agostino era lontanissimo dallo “status quo” del calciatore era una pietra miliare dell’idea di gioco pulito, un raro esempio di lealtà e correttezza. Rispettoso di avversari, arbitri, disciplina e regole.

Per il suo carattere timido ed educato poteva essere scambiato per un debole ma, invece, era proprio il contrario: “Con lui bastava uno sguardo, quel poco che diceva ti faceva capire tutto”.

In Nazionale non ebbe tanto successo, ma solo perché a Bearzot non piaceva per il suo tipo di gioco. Agostino era il classico giocatore che stava bene nel suo contesto e non solo in quello calcistico, lui non rappresentava solo la squadra ma l’intera città di Roma, è per questo, unito alle vittorie lo hanno reso un simbolo per i tifosi.

Tre Coppe Italia e uno scudetto

Questo è il suo palmares, ma non solo. Di Bartolomei, con i suoi compagni, è andato vicino a scrivere la pagina più importante della storia della Roma.
Strana combinazione della vita, il 30 maggio 1984, Agostino gioca la finale della Coppa dei Campioni, proprio nel suo stadio contro il Liverpool e perde ai calci di rigore.

Una cosa difficile da accettare per chi, come lui, portava i colori giallorossi come propria ragione di vita.
Un finale che cambia storia e vita. Agostino Di Bartolomei vince la Coppa Italia e poi lascia fascia di capitano e città, destinazione Milano.
Motivo? Incomprensioni con la società.

Il 14 ottobre 1984 gioca e segna a San Siro, ma la squadra “sbagliata”. Ed esulta con la rabbia di un amante tradito.
La stagione successiva il 24 febbraio del 1985 torna a Roma. Fischiato. Un ultimo strappo. Lacerante. A Roma lascia il cuore. E non ci tornerà più.
Va a Cesena, chiude a Salerno dove sceglie di vivere.
Appesi gli scarpini al chiodo, ha due progetti: una “scuola calcio” nel senso pieno del termine, e tornare a Roma.

30 maggio del 1994

La mattina del 30 maggio 1994 a San Marco, la frazione di Castellabate dove viveva, “Ago” muore, sparandosi un colpo di pistola Smith & Wesson 38 Special al petto.
I motivi del gesto racchiusi in una drammatica lettera strappata ma poi rimessa insieme dai Carabinieri che l’avevano trovata nella sua giacca.

Di Bartolomei esprimeva tutto il suo sconforto per la piega che aveva preso la sua attività, un centro sportivo, in cui aveva investito buona parte del suo patrimonio, che per decollare avrebbe avuto bisogno di un prestito bancario che non arrivava e dell’interesse della politica locale che non c’era.
Si sentiva intrappolato in una vita non sua.

Chi lo conosceva dice che si aspettava una chiamata della Roma di Sensi e che di sicuro non si era adattato alla vita da ex. Tutto questo in mezzo a grossi problemi finanziari e alla nostalgia per la sua città, che anche da calciatore nel pieno dell’attività aveva dovuto abbandonare controvoglia due volte: la prima per un prestito al Vicenza, la seconda per raggiungere Liedholm al Milan dopo che Eriksson aveva detto a Viola che non faceva parte dei suoi piani.

Francesco Manca