5 Luglio 1984 Stadio San Paolo - Presentazione di Diego Armando Maradona
adv

Una data storica: Maradona sbarca a Napoli. E’ l’arrivo del Messia del calcio, colui che porterà lo scudetto nel Golfo. Uno stadio intero solo per lui in trepidante attesa

Il 30 giugno 1984, poco dopo le 23, il presidente Corrado Ferlaino riesce in extremis a chiudere l’affare, perché all’epoca gli stranieri bisognava acquistarli entro la mezzanotte del 30 giugno. Quando ormai i vertici azzurri avevano deciso di ripiegare su Hugo Sanchez, il Barcellona si mette in contatto con il dg Antonio Juliano. Ferlaino deposita in Lega una busta vuota e prende il primo aereo per la Spagna e con la firma in tasca ritenta a Milano e sostituisce la busta.

Al Barcellona vanno tredici miliardi e mezzo di lire. Una trattativa lunga e complessa che in ogni momento sembra vicina alla rottura. Una corsa contro il tempo. Cinquanta giorni di tira e molla e un lieto fine arrivato anche grazie alla tenacia e alla ferma determinazione di Ferlaino e Juliano.
La notizia si diffonde in città in pochi minuti, le strade si riempiono di bandiere e caroselli come quando si vincono i mondiali.

Con il contratto al sicuro, a Napoli si pensa solo al giorno della presentazione

La prima idea viene al capo tifoso Crescenzo Chiummariello e contempla la discesa dell’asso argentino dal cielo, complice un elicottero, come una manna che piove dal cielo e planana sul campo del San Paolo. E’ un’idea suggestiva, un modo altamente spettacolare per risolvere il problema del trasferimento allo stadio per la presentazione evitando il soffocante abbraccio della folla. La società, però, nicchia. La società, nei giorni agitati che vedono Ferlaino e Juliano ancora impegnati a Milanofiori a far grande il Napoli al mercato, è tutta quanta sulle spalle di Carletto Juliano, l’addetto stampa travolto da un insolito destino di cose grandi e difficilmente controllabili.

L’elicottero?, annuncia con aria grave martedì 3 lo stesso Carlo Juliano, è una delle ipotesi che stiamo seguendo. Le altre sono segrete”. Il “Nino de oro” doveva presentarsi martedì, poi mercoledì, infine il rinvio, all’ultimo istante, a giovedì 5 luglio. Ufficialmente il problema all’origine di tante difficoltà sta nel transfert che l’Argentinos Juniors, il primo club di Dieguito, si ostina a rifiutare, nell’attesa di vedere onorato il cospicuo debito che ancora vanta nei confronti del Barcellona.

Guillermo Bianco, l’addetto stampa della Maradona Productions, la società che si occupa della commercializzazione del brand Maradona, è evasivo. Non sa molto nemmeno lui: si vocifera di contrasti, sorti tra la società e il clan argentino, sulla cifra (50 milioni) che il Napoli chiede alle tivù, pubbliche e private, per consentire la ripresa integrale dell’avvenimento.

Poi, finalmente, mercoledì 4 luglio alle 14,05, Maradona tocca il suolo italiano, a Fiumicino, proveniente da Barcellona. Ancora una volta la società è impietosa, decide di giocare a rimpiattino, dice e non dice, mantiene assurdi segreti sul programma, sembra un affare di Stato. Anche la grande cerimonia della presentazione trascura lo spettacolo (l’elicottero è stato scartato, pare, per motivi di sicurezza).

Maradona viene presentato ufficialmente allo stadio San Paolo davanti a 70 mila spettatori che pagano mille lire (imposto dalle autorità di polizia per motivi di ordine pubblico) per poterlo vedere. E’ amore a prima vista.

Prima c’è la conferenza stampa-sauna in una palestra sotterranea degli spogliatoi, con giornalisti, operatori e fotografi ammassati uno sull’altro in un torrido viluppo di flash, sudore e caldo soffocante.
«Non so se ho parenti in Italia, risponde sorridente alle prime domande il Pibe de Oro con la traduzione di José Alberti, ex calciatore e amico personale del campione. Se dipendesse da me i bambini entrerebbero gratis allo stadio: e dico sin d’ora che per i bambini bisognosi di Napoli io sono a disposizione. Non ho niente contro spagnoli e catalani, prosegue nel suo primo, storico discorso italiano, qualche disavventura, se così si può chiamare, l’ho avuta solo con qualche dirigente. Calcio duro? Non so se quello spagnolo sia il più violento, certo è durissimo, ci sono molti gravi infortuni, gli arbitri consentono queste durezze ed è un peccato. Quanto ai vari contratti, io mi sento un calciatore a tutti gli effetti e a tempo pieno; a tutto quanto non riguarda strettamente il pallone pensa Jorge Cysterszpiller. Se ho un’idea del mio ingaggio? La stessa che ne avete voi. Differenze tra il calcio argentino, spagnolo e italiano? Io gioco sempre alla stessa maniera, non cambierò le mie abitudini; molto dipenderà da quelli che giocheranno assieme a me, nel bene e nel male. La trattativa per il mio trasferimento è stata lunga e tutti noi ne abbiamo sofferto e risentito, poiché l’abbiamo seguita passo passo.

Al termine della conferenza stampa, la voce di Carletto Juliano annuncia il momento tanto atteso dai tifosi napoletani: “Sportivi napoletani, oggi che il mondo ci guarda, cerchiamo di essere correttissimi”.

Diego esce dal sottopassaggio sommerso dall’assedio di fotografi, dirigenti, addetti, forza pubblica. Si prende paura, torna giù, poi risale, mentre l’urlo del San Paolo e di tutta Napoli si leva altissimo al cielo; è un rombo impressionante, una incitazione continua a tutta gola che durerà ininterrotta fino alla fine.

Dieguito è sovrastato dai tanti che gli stanno attorno, non si riesce a vederlo.
Poi finalmente il Pibe rompe l’assedio, parte di corsa per un giro di pista al piccolo trotto in mezzo alla bolgia sonora che lo copre e quasi vorrebbe rapirlo. Un ragazzino di ventitré anni e mezzo dal sorriso velato di malinconia è laggiù, minuscolo e riccioluto, epicentro finalmente visibile di una intera inarrestabile sommossa d’ovazioni. Manda baci e saluti, fa il segno della vittoria, pare ammiccare con una smorfia da scugnizzo: li ha già conquistati.

Quella che avrebbe dovuto limitarsi ad una fugace apparizione, è già una marcia trionfale. Poi torna al centro del campo, chi lo attornia finalmente si siede in cerchio.

Dieguito chiede il microfono, e tutto d’un tratto la montagna inintelligibile di suoni assordanti si sbriciola al suolo come d’incanto, mentre cala un irreale silenzio, quasi qualcuno avesse spento un invisibile interruttore.

Buonasera, napoletani. Sono molto felice di essere con voi”.
Nel boato che si riaccende incontenibile prende un pallone, accenna un palleggio, poi calcia altissimo di sinistro a campanile. “Forza Napoli”, conclude mentre il tripudio si leva assordante come un bombardamento di voci.

Il più forte calciatore del mondo ora è di Napoli, di un’intera città impazzita. Dopo pochi istanti sparirà inghiottito dal sottopassaggio, e la festa dilagherà come un fiume in piena per ogni strada di Napoli.

 

Francesco Manca