Amedeo Colella e il suo ultimo libro sulla cucina napoletana
Amedeo Colella e il suo ultimo libro sulla cucina napoletana
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Il celebre napoletanista Amedeo Colella ci ha concesso una divertentissima intervista dove abbiamo spaziato su diversi temi inerenti la napoletanità

Amedeo Colella non ha bisogno di particolari presentazioni. Rappresenta una visione e uno studio della e sulla napoletanità diverso dal solito. Ha cercato di comprendere i molteplici aspetti della Cultura partenopea in maniera scientifica, raccogliendo i dati e incrociandoli tra loro.

D: Come hai iniziato a occuparti di Napoli, della sua Storia e della sua Lingua?

R: Precedentemente, ho svolto il ruolo di ricercatore (per 24 anni) all’Università Federico II di Napoli in ambito della tecnologia delle telecomunicazioni. Napoli era una passione per me, tutto quello che la riguardava mi attraeva.

Ho applicato le tecnologie utilizzate durante il mio periodo all’Università durante le mie ricerche napoletane. Ogni cosa che ascoltavo riguardante la napoletanità la trascrivevo per mia memoria.

Dopo anni mi sono ritrovato un database enorme, contenente migliaia e migliaia di informazioni interessanti. Ho pensato di mettere a frutto quanto appreso scrivendo un libro.

Un libro realizzato utilizzando un tono scanzonato, divertente. Un libro per tutti.

D:Puoi dirci qualcos’altro sul tuo primo libro?

R: L’idea era di presentare la Cultura partenopea in maniera scanzonata, divertente. Questo primo libro lo intitolai Manuale di napoletanità ed era il primo bathroom book, un libro da leggere andando in bagno appunto. Trenta righe al giorno per conoscere Napoli e la sua Cultura.

Questo nel senso che era stato pensato e scritto proprio per renderlo interessante e godibile ad un’ampia fascia di pubblico. Non mi aspettavo questo successo.

Un successo tale che mi ha permesso di lasciare il mio vecchio lavoro per dedicarmi a tempo pieno alla scrittura e alla divulgazione della napoletanità nei suoi diversi aspetti.

D: Non solo un cultore della napoletanità ma anche un apostolo della cultura partenopea dunque

R: Assolutamente sì. La napoletanità è organizzata, secondo me, in varie discipline che vanno studiate separatamente pur formando un unicum ovviamente.

La lingua prima di tutto, il teatro, il cinema, la cucina che ha una stratificazione straordinaria, frutto di tremila anni di Storia.

Soprattutto, ma non solo ovviamente, degli ultimi trecento anni. Dai Borbone ai Savoia, passando per i francesi.

Orgoglio per la napoletanità e per l’etnia napoletana.

D: Un vero e proprio popolo quello napoletano che, dopo tanto tempo, è stato finalmente rivalutato nei suoi molteplici aspetti

R: Assolutamente sì. Napoli ha avuto tanto dal mondo. Stiamo restituendo al mondo ciò che esso ci ha dato in termini di stratificazione storica, sociale, culinaria, etc.… Siamo spesso inclini all’autofustigazione, invece credo che sia arrivato il momento di mostrare orgoglio per ciò che noi abbiamo compiuto nel corso dei secoli.

Nei più diversi campi: dalla tecnologia alla cucina: tutti gli ambiti appunto.

Siamo un melting pot, Napoli accogliendo si è arricchita. Non saremmo quelli che siamo oggi se i nostri avi non avessero accolto i più disparati popoli nella nostra splendida città.

Accoglienza è arricchimento, la Storia ce lo insegna. Se non si assume uno sguardo miope alla vicenda lo si può comprendere benissimo.

La nostra cucina, la nostra lingua, la nostra architettura e la nostra cultura sono così apprezzate proprio per la loro contaminazione con altre culture, giunte nel corso del tempo qui a Napoli.

D: Ci puoi raccontare qualche aneddoto sulle tue ricerche sul campo?

Ricerca sul campo tantissima. Ho incontrato moltissima gente interessante, di diversa estrazione sociale che mi ha insegnato tantissimo. Un aneddoto simpatico riguarda le maleparole. Quando una lingua arricchisce il suo vocabolario anche con l’utilizzo delle maleparole è qualcosa di stupendo per me.

A Montesanto, una volta, sentì un ragazzo dire ad un altro: “Guagliù, tu sei a munnezza e sotto o sacchetto [dell’immondizia]” . Voleva dire che questo ragazzo era addirittura peggiore della stessa immondizia. Un modo di offendere veramente geniale.

D: Amedeo Colella, qual è la tua ultima fatica letteraria?

R: Il mio ultimo lavoro riguarda la cucina napoletana nelle sue varie sfaccettature e stratificazioni plurimillenarie. Mille paraustielli di cucina napoletana, edito da Cultura Nova [costo di 15 euro]. Storie, curiosità, leggende, etimologie e aneddoti vari sulla gastronomia napoletana.

Mille paraustielli di cucina napoletana di Amedeo Colella
Mille paraustielli di cucina napoletana di Amedeo Colella

Nota del giornalista: Abbiamo letto questo libro di Amedeo Colella e ve lo consigliamo caldamente perché rappresenta una vera e propria miniera di informazioni, le più disparate, sulla nostra amata cucina.

Troverete risposte a domande quali: E’ più corretto dire anguria, cocomero o mellone? Perché a Napoli il pane è cafone? Perché la parigina e la francesina si chiamano così?

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Alessandro Maria Raffone, napoletano, classe ‘84, dopo la laurea in Scienze Storiche dell’Università Federico II, ha vinto un premio del Corso di Alta Formazione in Scienze Politiche “Studi Latinoamericani” dell’Università La Sapienza con la tesi Italia Fascista, Italiani all’estero e Sud America. Nel 2015 ha fondato l’Associazione Culturale “Heracles 2015”, la cui mission è far conoscere gli aspetti meno noti di Napoli. Ha scritto per la rivista Il Cerchio, e ha collaborato con il think thank indipendente Katehon. Ha concluso il Dottorato di Ricerca in “Storia, culture, e saperi dell’Europa Mediterranea dall’antichità all’età contemporanea” presso l’Università degli Studi della Basilicata nel febbraio 2018.