Antiriciclaggio e Bitcoin, l’Unione Europea sollecita interventi

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Continua a destare preoccupazione la possibilità che la grande novità di questi ultimi anni, dal punto di vista dell’economia mondiale, possa creare degli scompensi e dei problemi difficilmente arginabili a posteriori, e soprattutto possa essere sfruttata per fini illegali o criminosi.

Parliamo, naturalmente, ancora una volta, delle criptovalute e in particolar modo della  più famosa tra queste, il Bitcoin, sempre più al centro dell’attenzione anche da parte della politica internazionale. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea era intervenuta sulla questione già nell’ottobre del 2015, con una sentenza che stabiliva che le operazioni di cambio di valuta tradizionale in virtuale costituissero sì una prestazione di servizio a titolo oneroso, ma che rientrassero tra quelle “relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio”, e quindi fossero esenti dal pagamento dell’Iva.

All’inizio di questa settimana, invece, la Commissione Europea ha sollecitato i paesi membri dell’Unione a introdurre, nella propria legislazione, delle misure contro il riciclaggio del denaro sporco legato all’utilizzo delle criptovalute. È per questo che ha inserito nella proposta di modifica alla IV direttiva antiriciclaggio della scorsa estate due nuove categorie di soggetti destinatari a rispettare gli obblighi di legge: i primi sono quelle piattaforme che si occupano di cambio di valute virtuali, e i secondi sono i prestatori di servizi di portafoglio digitale.

A spiegare la posizione della Commissione ci ha pensato il vicepresidente, Valdis Dombrovskis, nel corso della conferenza stampa che ha chiuso il meeting di ministri delle finanze dell’Unione: «Vogliamo assolutamente che l’Europa abbracci le opportunità offerte dalla blockchain», ha spiegato. «Ma per farlo, dobbiamo rimanere vigili e impedire che le stesse criptovalute diventino uno strumento di comportamento illegale». Il riferimento, poi spiegato nel dettaglio, è proprio alle operazioni di riciclaggio di denaro, tanto che l’ex premier della Lettonia ha poi esortato i Ventotto ad assorbire in fretta gli aggiornamenti alla direttiva contro il riciclaggio, entro i diciotto mesi di rito previsti dopo l’approvazione definitiva del provvedimento.

Le preoccupazioni dell’Unione, però, non riguardano solo le pratiche di riciclaggio, ma anche la poca stabilità finanziaria legata alla moneta, ad alto rischio per i risparmiatori, potenziale strumento criminoso in mano alla criminalità organizzata, senza contare i rischi per le intere economie statali.

Le difficoltà nella tracciabilità dei flussi, la mancanza di un corso legale, e soprattutto la difficoltà nel prevedere le fluttuazioni del mercato sono tutti requisiti poco affidabili per regalare alla criptovaluta una piena legittimità all’interno del quadro economico internazionale. Ed è di questo che le istituzioni sovranazionali si preoccupano.

Per provare ad arginare i pericoli, la Commissione Europea ha quindi chiesto alle autorità di vigilanza di intervenire sul sistema di monitoraggio e di avvertimento dei rischi, oltre che di lavorare insieme alle banche centrali, i governi e i grandi investitori internazionali, in mancanza di soluzioni legislative definitive a breve periodo. I singoli paesi, tra l’altro, hanno posizioni molto differenti tra loro, a cominciare dai due colossi dell’Unione, Francia e Germania: se i primi vorrebbero intervenire per regolare il flusso delle criptovalute, i tedeschi sono ancora incerti su questa eventualità.

Ancora, in altri stati, come l’Estonia, si continua a discutere il progetto di una criptovaluta nazionale (l’Estcoin) inventata da Kaspar Korjus, il quale ha immaginato un progetto di Bitcoin legato all’Euro, conciliabile con i dettami, abbastanza rigidi, della Banca centrale europea. La nuova criptomoneta, però, potrebbe essere utilizzabile solo da chi possiede una e-residency (residenza elettronica) nel paese, beneficiando di tutti i servizi a essa attinenti.

Per quanto riguarda l’Italia, va sottolineato che almeno questa volta il nostro paese ha giocato d’anticipo rispetto alle modifiche che in questi giorni stanno intervenendo sulla direttiva e che l’Unione caldeggia da tempo. Il governo ha infatti recentemente modificato il decreto legge numero 231 del 2007, inserendo tra i soggetti destinatari degli obblighi “i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di moneta virtuale” seppure “limitatamente allo svolgimento delle attività di conversione valuta” (escludendo quindi i servizi legati ai portafogli virtuali). Prima di altri paesi europei, quindi, l’Italia ha inserito le criptovalute all’interno del sistema di contrasto al riutilizzo del denaro sporco, provando ad arginare una pratica che rischia di creare un enorme mercato parallelo e illegale, decisamente appetibile per i traffici e i flussi di denaro gestiti dalla criminalità organizzata.

L’utilizzo delle criptovalute con fini illegali è comunque al centro dell’attenzione da tempo. Anche il premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, ha di recente spiegato che queste operazioni sono purtroppo centrali e uno dei motivi della grande diffusione del Bitcoin, tanto che, a suo avviso, «quando il regolamento sarà applicato e riuscirà a ostacolare il riciclaggio, la moneta non verrà praticamente più richiesta».