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Quando qualcosa non è a pagamento vuol dire che il prodotto sei tu, un noto concetto che viviamo ogni giorno e che troviamo perfino nelle app per le mestruazioni.

Che ci sia sempre un prezzo da pagare è una cosa che ci insegnano da bambini, lo si ritrova perfino nelle fiabe del 700. È una lezione di più di 300 anni fa che forse non abbiamo ancora imparato bene o che forse dimentichiamo quando installiamo le nostre app, scorrendo velocemente, senza leggere, i termini e le condizioni d’uso.

Come funzionano le app

Nel corso degli ultimi anni sono state numerose le segnalazioni in merito al trattamento dei dati riguardanti app spesso popolari. Molte di esse, infatti, già all’apertura, trasferiscono automaticamente dati ad altre piattaforme partner, come Facebook, indipendentemente dal fatto che l’utente sia loggato o meno in Facebook o addirittura che abbia un account sul social.

Tale condivisione è dovuta a del codice presente nei Software Development Kit (SDK), un set di tool, spesso gratuiti, studiati per consentire lo sviluppo di applicazioni riutilizzando elementi già sviluppati e standardizzati. Esempi sono il pulsante Like di Facebook integrato in altre piattaforme oppure la login a siti ed applicazioni tramite account Facebook.

Siti come Facebook, grazie ai consensi espressi dall’utente in fase di registrazione, possono utilizzare i dati così ricevuti per personalizzare la user experience e proporre prodotti, altri siti, etc.

Cosa succede nelle app in cui inseriamo dati sensibili, ad esempio le app per le mestruazioni?

Le app per le mestruazioni non contengono solo dati riguardanti i cicli mestruali ma collezionano informazioni su salute, abitudini sessuali, umore, etc. con la contropartita di suggerire il giorno del mese di maggior fertilità o la data del prossimo periodo. Informazioni che la maggior parte delle donne non condividerebbe con altri, accessibili solo a pochi e, pertanto, di maggior valore.

A cosa servono le informazioni

L’utilizzo delle app per le mestruazioni forniscono, innanzittutto, a chi riceve i dati l’informazione sul sesso dell’utente, sulla condizione mestruale, sul fatto che stia o meno cercando di procreare. In aggiunta ci sono suggerimenti legati allo stato di salute generale, pressione sanguigna, mal di testa, crampi, costipazioni, ansia o felicità. Ciascuna di queste informazioni evidenzia l’utente, spesso adolescente, a cosa è più vulnerabile e sensibile e, quindi, ricettivo per la vendita.

La frontiera digitale

Già nel Novembre 2017 il professor Ugo Mattei, giurista, in una conferenza parlava di frontiera digitale ed Infosfera come nuovo mondo da scoprire e regolamentare. Mattei evidenziava come per l’uso di smartphone ed applicazioni informatiche, cliccando sui contratti di licenza, accettiamo condizioni che normalmente, nel mondo materiale, non accetteremmo, in un certo senso costretti, altrimenti il prodotto, magari pagato anche a caro prezzo, non sarebbe utilizzabile.

Comportamenti che attueremmo per un oggetto comune di nostra proprietà come fruire di un centro assistenza a nostro piacimento o manipolare uno smartphone per aumentarne la compatibilità non sono quindi più possibili. In tali casi, spesso, si viola il contratto di licenza, pertanto si compie un reato.

Il capitalismo oggi è strettamente legato alle dinamiche di rete e, con questi sistemi di licenze che escludono la giurisdizione tradizionale, una volta che l’utente accetta un tale contratto, si escludono anche i giuristi e i limiti “sociali” che essi tutelano.

La riflessione da fare è se questa condotta in atto nella rete, o Infosfera, non sia una sperimentazione che ricadrà poi anche nella vita reale.