Pietro_Valdoni_e_Palmiro_Togliatti (Fonte Wikipedia)
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Antonio Pallante attentò alla vita di Palmiro Togliatti il 15 luglio del 1948. In quell’occasione si sfiorò la Guerra Civile 

Era una calda giornata estiva e nessuno poteva immaginare che quel 15 luglio del 1948, a Roma, lo studente universitario (di origini campane) Antonio Pallante avrebbe attentato alla vita del leader comunista Palmiro Togliatti

3 colpi di pistola su 4 sparati raggiunsero infatti Togliatti. L’attentato a Togliatti scatenò una serie di gravi disordini, che portarono l’Italia sull’orlo di una nuova Guerra Civile

Cinque scadenti pallottole

Pallante era convinto, anche a causa della propaganda degli opposti schieramente politici, che Togliatti rappresentasse una minaccia per l’indipendenza dell’Italia. Decidendo di entrare direttamente in azione, riuscì a comprare, al mercato nero di Bronte, un revolver a tamburo (Hopkins & Allen, modello Smith & Wesson) calibro 38 del 1908 con 5 scadenti proiettili. 

Antonio Pallante (classe 1923) all’epoca era studente di giurisprudenza all’Università di Catania. Pertanto usò come pretesto il dover dare alcuni esami per allontanarsi dalla famiglia e andare a Roma ad uccidere il Migliore (così era anche conosciuto Palmiro Togliatti). 

L’attentato a Togliatti

Il 14 luglio 1948, Pallante si appostò in via della Missione, dove si trova un’uscita secondaria della Camera dei Deputati. Quel giorno Togliatti si trovava in aula e Pallante più volte aveva provato ad incontrare il parlamentare comunista, ma non ci era mai riuscito. 

Sembra che il Migliore, in compagni di Nilde Iotti, fosse uscito su via della Missione perché voleva prendere un gelato. 

Alle ore 11:30, i 4 colpi furono esplosi. 

Le parole dell’attentatore

Come riportato su Wikipedia, così spiegò i fatti Antonio Pallante, il 18 agosto, al Procuratore Giuseppe Aromatisi: «Mi stavo dirigendo verso il portone di via della Missione per chiedere da dove fosse uscito l’onorevole Togliatti, quando lo vidi venirmi incontro attraverso la porta a vetri. Avanzai per colpirlo di fronte, ma non feci in tempo ad estrarre la pistola e ad abbassare il grilletto. Ebbi l’impressione che il mio gesto fosse stato notato dallo stesso Togliatti, e per un momento rimasi perplesso e come intontito. In questo tempo mi passò innanzi e mi superò e io, superato il momentaneo smarrimento, lo seguii, estrassi l’arma e gli sparai». 

Uno dei proiettili raggiunse la testa del leader comunista ma non fu fatale a causa della scarsa potenza ed efficacia del proiettile utilizzato. Fu salvato, tra gli altri, dal dottor Pietro Valdoni che lo operò d’urgenza. 

Rivolte in tutta Italia

Questo attentato fece emergere l’apparato clandestino comunista. Apparato che emerse con tutta la sua potenza di fuoco per tentare una rivolta, soprattutto nel Nord Italia, senza l’avallo né dei sindacati e neppure del PCI. 

In città come Genova e Livorno ci furono morti sia tra le Forze dell’Ordine sia tra i comunisti. 

Il PCI e la CGIL riuscirono a riportare l’ordine completo in circa tre giorni. La vulgata vuole che si evitò la catastrofe grazie alla vittoria di Gino Bartali al Tour de France, ma la verità è che sia la DC sia il PCI non avevano alcun interesse a portare lo scontro politico a livello di guerra civile. 

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Alessandro Maria Raffone, napoletano, classe ‘84, dopo la laurea in Scienze Storiche dell’Università Federico II, ha vinto un premio del Corso di Alta Formazione in Scienze Politiche “Studi Latinoamericani” dell’Università La Sapienza con la tesi Italia Fascista, Italiani all’estero e Sud America. Nel 2015 ha fondato l’Associazione Culturale “Heracles 2015”, la cui mission è far conoscere gli aspetti meno noti di Napoli. Ha scritto per la rivista Il Cerchio, e ha collaborato con il think thank indipendente Katehon. Ha concluso il Dottorato di Ricerca in “Storia, culture, e saperi dell’Europa Mediterranea dall’antichità all’età contemporanea” presso l’Università degli Studi della Basilicata nel febbraio 2018.