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Stati generali di confusione

Uno scatto di intima convinzione nell’affrontare la situazione; la consapevolezza che così non è possibile continuare; una lungimiranza, per comprendere che le contestazioni non sono aleatorie, ma dettate da una rabbia sempre più incalzante. Qui non si contesta il diritto di governare, ma si rivendica una seria contezza della realtà, un atteggiamento serio nei confronti del Popolo.

Pettegolezzi, illazioni, elucubrazioni, contribuiscono, in modo sempre più preoccupante, a minare una già scarsa fiducia per l’imminente futuro. Alleanze barcollanti, opposizioni vacillanti. Proclami, annunci e propagande non hanno sortito, fino a questo momento, alcun riscontro.

Artigiani, imprenditori, invisibili, categorie non tutelate, situazioni dimenticate, lavoratori in bilico; tutto un contesto alla ricerca di qualche certezza, in una confusione dominante l’aspetto economico in generale.

Quello che è possibile fare lo si annuncia, ciò che non si può non lo si dice; tutto il resto rimane in stagnante stato. Le campagne elettorali sono in contino conflitto, su nomi e strategie. Competizioni aperte, ma il gradimento delle Comunità è ormai assai scarso. E’ come se si fosse perduto il senso della realtà, i programmi annunciati appaiono indecifrabili e le criticità aumentano vertiginosamente. Ogni settimana è annunciata come quella della svolta, ma ci troviamo a doverne constatare il passare dei giorni e la medesima situazione precedente; anzi, anche più deteriorata.

Misurare le parole dovrebbe essere l’imperativo, evitare comunicazioni raffazzonate e poco calzanti, con lo stato dell’arte, sarebbe un auspicato rimedio. Si eviterebbero, almeno, reazioni sempre più tendenti all’esasperazione. Il Capo dello Stato, reitera, sempre con misura  e incisività, appelli alla cooperazione, ma i riscontri sono disarmanti; nelle sedi istituzionali non si lasciamo mai sfuggire le occasioni per fornire spettacoli poco edificanti.

La sensazione di un tracollo autunnale

Diciamocelo chiaramente: più di una sensazione è un tremendo presagio. Se le svariate promesse e i dispensati annunci non avranno il positivo risultato, la condizione sarà assai più compromessa dell’attuale. I sussidi non serviranno più a “tamponare” le urgenze, i sostegni temporanei saranno esauriti, le misure annunciate e non avverate saranno il denotatore di una “bomba sociale”,  già avvertita con qualche avvisaglia.

Sarà in quel preciso momento che imposizioni, burocrazia, sviluppo, decollo delle infrastrutture, crisi sparse, scuola alla ripresa, gestioni approssimative delle decadenze non percepite, presenteranno il conto. Il “pronti a ripartire”, il “ci siamo dovuti fermare, ma siamo pronti”, il “rimettiamoci in moto”, saranno tutte spinte che si esauriranno, davanti all’evidenza dei fatti. Tutte le ripartenze “promulgate” potrebbero subire una brusca frenata.

Sarà il termometro del fallimento sociale ed economico? Si obietterà che la manna europea non è uno strumento istantaneo. Intanto, nell’attesa, siamo ad apprendere che si parla di stati generali; una reminiscenza storica della Francia del XIV° secolo. Cioè, circa cinque secoli prima della rivoluzione, clero, nobiltà e borghesia (o terzo stato se più piace) si riunivano in una generale assemblea.

Il 10 aprile 1302, Filippo il Bello li convocò, per la prima volta, presso Notre-Dame a Parigi. Le elezioni passano tramite gli stati provinciali, che designavano i rappresentanti locali deputati alla partecipazione dell’assemblea in argomento. Tutto chiaro, da allora quando si desidera “infiorare” di roboante connotazione un evento istituzionale lo si denomina “Stati Generali”.

Tuttavia, se proprio così si dovesse procedere, manca all’attuale significato un piccolo, ma importantissimo, dettaglio; sarebbe, forse, anche il momento di consideralo. I rappresentanti delle periferie si  presentavano all’appuntamento con i “cahiers de doléances”; i quaderni delle rimostranze. Dettagliati appunti con i quali si presentavano le istanze – afferenti alle lamentele alle lagnanze ed alle doglianze – al sovrano.

Il prosieguo non ha importanza, quanto in argomento si trasformò, nel 1789, in assemblea nazionale costituente. Abbiamo ancora tempo per arginare la crisi? Non è dato sapere, ma più di un ragionevole dubbio assale tutti. Un uomo solo al comando, ma accerchiato? Una mancanza di collaborazione studiata, per una precisa strategia? Un indotto poco incline a condividere? Una convergenza di vedute, non opportunamente stratificata? Iniziative unilaterali, che hanno tradito sentite istanze di coinvolgimento?
Non ci sono risposte esaustive, o non ci potranno mai essere.

Come sempre, auguri a noi.

 

Raimondo Miele