Big Data come bene da proteggere. Rischio o opportunità?

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Le questioni inerenti ai Big Data sono diventate questioni particolarmente calde negli ultimi tempi. Molto si parla dei benefici, delle risorse, degli spazi di intervento ad essi legati, ormai non più soltanto in settori di mercato e di interesse specifico, come le aziende o gli analisti che si occupano di nuove tecnologie.

Big Data e Data Science sono diventati col tempo dei settori strategici per le aziende internazionali, e almeno in questo non fa eccezione il nostro paese: nel 2017, coerentemente con i trend europei, gli investimenti nel settore avrebbero raggiunto una cifra superiore al miliardo di euro, spalmati in maniera abbastanza omogenea tra banche, grande industria, TLC e medio-piccola imprenditoria. In alcuni settori in via di sviluppo, come il manifatturiero e le assicurazioni, secondo l’Osservatorio Big Data Analytics&Business Intelligence (realizzato dal Politecnico di Milano), gli investimenti e il trend di crescita avrebbero raggiunto addirittura cifre pari al 25% in più rispetto all’anno precedente.

Si diceva, però, che questo genere di questioni comincia a interessare anche un ambito non strettamente legato alle politiche aziendali e alla grande industria. A occuparsi di Big Data, per esempio, è stata una recente indagine conoscitiva messa in atto dalle cosiddette Authorities del nostro paese (nello specifico: Antitrust, Comunicazioni e Privacy) per provare a comprendere l’eventuale necessità di intervento, nel momento in cui le piattaforme che si occupano di raccolta ed elaborazione dei Big Data dovessero interferire sulle dinamiche della leale concorrenza di mercato, così come sul benessere e la tutela dell’utente o consumatore, o ancora sulla corretta pluralità dell’informazione.

Già in sede internazionale, e in particolar modo nelle commissioni e nei tavoli tecnici dei competenti organi europei, ci si sofferma da tempo sui benefici riconducibili ai Big Data, ma anche sui “rischi” a essi connessi. Prendiamo, per esempio, l’attività di raccolta ed elaborazione, allo stato attuale riservata a pochi soggetti, ovvero quelli che possono mettere in campo una quantità di risorse tali (da un punto di vista economico e tecnologico) da poter trattare quantità enormi di dati in tempo reale. È in quella fase, grazie a quel tipo di soggetti, che si “consolida” la capacità di raccogliere e analizzare volumi mastodontici di dati, attraverso gli ormai noti algoritmi capaci di individuare relazioni, identificare somiglianze e differenze, risalire a identità e caratteristiche specifiche, per poi lanciare nell’immensa jungla del mercato interi cluster di dati, capaci di alimentarsi di continuo con informazioni sempre aggiornate.

Dall’altra parte, a utilizzare questo meccanismo, vi sono i tantissimi nuovi soggetti e nuovi generi di attività il cui obiettivo è l’utilizzo dei “dataset” a disposizione, al fine di proporre tutta una serie di servizi e prodotti che rispondano, in teoria, “ai bisogni della collettività”, ma di fatto alle richieste del mercato (due concetti che, in molte circostanze, finiscono per coincidere tra loro).

Se da un lato è vero che potrebbe essere semplicistica l’equazione per cui alla capacità di trattare dati corrisponda necessariamente un potere commerciale o economico, è anche vero che tutte le operazioni di raccolta prima, e sistematizzazione poi, dei dati, non sono neutre, non sono casuali, registrano pochissimi limiti da un punto di vista di regolamentazioni e vincoli tecnici. E si sa, dove non ci sono limiti, il mercato diventa selvaggio. D’altro canto, va sottolineato come alle banche dati e ai data set si applichi la disciplina stabilita dalla Direttiva 96/9 CE (la disciplina sulle banche dati) che premia tanto il contributo creativo (attraverso il diritto d’autore) quanto gli investimenti specifici (attraverso il diritto sui generis). Si tratta di una disciplina europea risultata molto efficace negli anni, ma che di anni ne ha ormai venti, tanto che la Commissione Europea l’ha sottoposta a una seconda consultazione, al fine di verificarne la coerenza e la capacità di influire rispetto al nuovo contesto, quello del Mercato Unico Digitale. Il regolamento, e con esso l’intera disciplina europea che interviene sulle banche dati, ha avuto il grande merito di superare le differenze tra le singole legislazioni nazionali, che avevano effetti deleteri su un equilibrato funzionamento del mercato, sia per quanto riguarda gli scambi internazionali, che sui singoli mercati interni; allo stesso modo, la sua introduzione è stata determinante per l’eliminazione degli ostacoli che si presentavano, mettendo a rischio i principi della libera circolazione di beni e ancor di più la prestazione di servizi.

Sembra essere proprio questo, tuttavia, uno dei punti chiave rispetto ai nuovi sviluppi, ovvero l’innalzamento della raccolta, anche di dati grezzi, di bit e di contenuti digitali, a bene meritevole di protezione. Una concezione in linea di principio inoppugnabile, che però rischia di avere come risultato quello di “blindare” le attività di raccolta e trattamento delle informazioni da parte dei giganti dell’informazione e della comunicazione, che potrebbero avere a questo punto campo totalmente libero e pochissimo controllo. È giusto, nell’”era della trasparenza”, un tale livello protezione non solo per i dati, ma per le attività di raccolta degli stessi, che avvengono per lo più da parte delle grandi società? Come sempre, rispondere a queste domande, che pongono quesiti in un certo senso anche “etici”, oltre che commerciali e tecnologici, è questione complicata. Ma è questione, come tante altre, su cui risulta indispensabile interrogarsi, man mano che lo sviluppo delle nuove tecnologie ci pone davanti a necessità normative nuove.