Bitcoin, la nuova moda è il mining fai-da-te

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Non funziona esattamente come il bricolage o come per la pasta fresca. Né vale in tutto e per tutto il vecchio detto del “chi fa da sé fa per tre”. La moda del momento è quella del Bitcoin fai-da-te, un vero e proprio contagio, anche se ci sono elementi per credere che tanti tentativi non siano nemmeno andati in porto.

La statistica è corroborata in queste settimane dai dati, in particolar modo quelli riguardanti l’impennata negli acquisti di schede madri e schede grafiche utili a fare “mining” di Bitcoin e di altre criptovalute. Un’operazione che non è né facile né economica, due ostacoli che però non stanno fermando gli italiani, come riportano vari studi. Un’analisi del sito Pagomeno (portale web che confronta i prezzi dei negozi on line), per esempio, ci racconta un aumento di ricerche nella categoria “computer e accessori” di ben l’1,346% tra il 2016 e il 2017. Pochi mesi, non certo un’era geologica, ma guarda caso quelli che hanno visto il boom delle criptovalute anche nel nostro paese. A dimostrazione della relazione tra i due dati, c’è il fatto che a crescere nella domanda siano componenti hardware molto evolute: basti pensare che a gennaio di quest’anno le pci express (fondamentali per il mining) sono diventate la terza sottocategoria più ricercata sul sito, scalando la bellezza di venti posizioni in un anno.

“Per capire ancor meglio il fenomeno criptovalute basta considerare che a inizio 2017 la propensione all’acquisto delle pci express valeva appena lo 0,5% di tutti i click-out”, spiega l’indagine di Pagomeno. Non passa nemmeno un anno e a gennaio 2018 vale l’8%. Una crescita spaventosa, nell’arco di pochi ma decisivi mesi.

L’altra componente fondamentale per il mining è quella delle schede madri e anche in questo caso, anzi in maniera ancora più clamorosa, i dati parlano chiaro: +752% di propensione all’acquisto in un solo anno, tanto che alcune schede madri e grafiche (come le ASRock H110 Pro BTC+ e Asus B250 Mining Expert e le schede grafiche Sapphire Radeon RX 580 Nitro+ (11265-01) 2xHDMI 2xDP 8GB e Asus GeForce GTX 1080 Ti Strix Gaming OC 2xHDMI 2xDP 11GB) sarebbero addirittura andate esaurite. Quest’ultimo, a dire il vero, è un fenomeno internazionale, come aveva segnalato già la scorsa estate il blog della Kaspersky Lab, che aveva fatto notare la minore disponibilità sul mercato di schede grafiche, utilissime nel processo, dal momento che i sistemi che producono Bitcoin e altre monete utilizzano spesso gli stessi componenti utilizzati per i videogiochi.

Il punto chiave del fenomeno è uno: il Bitcoin non si produce, ma si “trova”, come delle pepite in una miniera (ecco quindi l’inglese mining). Ogni web-“minatore” riceve, infatti, dei Bitcoin come “ricompensa” per aver messo a disposizione della rete, che valida e crittografa le monete (e convalida le transazioni della catena), la potenza computazionale del proprio computer. Il costo di questa “ricerca” è quello relativo alla potenza di calcolo, associata a quello dell’energia elettrica necessaria per far funzionare le attrezzature. Secondo Digiconomist, il mining di Bitcoin costa al mondo 30,14 TWh (terawattora) di elettricità, che è una quantità consumata in totale per la produzione di energia da interi paesi, come per esempio l’Irlanda. L’elemento che richiede più energia sembrano essere le ventole necessarie perché l’attrezzatura non si surriscaldi, ma l’intero processo è talmente costoso che molti miner hanno finito per spostare le loro attrezzature in paesi dove l’energia elettrica ha un costo minore, come l’Islanda o la Bulgaria. Il risultato è che in questi paesi, negli ultimi tempi, si assiste a delle vere e proprie produzioni all’ingrosso di Bitcoin e altre criptomonete.

Allo stesso tempo, le ricompense si sono ridotte con il tempo a seconda delle oscillazioni del valore delle monete e l’andamento al rialzo del mercato. Se fino a un po’ di tempo fa, in sostanza, utilizzare il proprio computer con spese relative per operazioni di mining era possibile, oggi le attrezzature necessarie sono molto più sofisticate e costose. Con un computer “normale”, secondo gli ultimi dati, tutto ciò che posso tirar fuori è un paio di euro di equivalente in Bitcoin all’anno.