Bitcoin, ma non solo. Il futuro è Ripple?

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Bitcoin, ma non solo. Se il boom della criptovaluta ormai sulla bocca di tutti l’ha resa celebre nel mondo, miraggio di facili arricchimenti per i piccoli risparmiatori, e appetitosa materia di analisi per chi costruisce invece interi imperi sui grandi investimenti, esiste un mondo meno raccontato ma non per questo meno affascinante, che ci parala di tante altre criptovalute, storie milionarie e incredibili scalate economiche.

Chris Larsen è diventato, da qualche tempo, il quinto uomo più ricco al mondo. Tutto grazie a Ripple, società di cui è co-fondatore e presidente, e attraverso la quale gestisce una criptovaluta che, così come il Bitcoin, ha conosciuto negli ultimi mesi una impressionante crescita. Ripple XRP, la valuta messa in circolo dal sistema Ripple, valeva infatti fino a qualche mese fa circa venti centesimi di dollaro, mentre oggi tocca un valore superiore del 1500%, arrivando a tre dollari e venti. In un anno, la sua devastante crescita si attesta al 30000%. Il capitale di Larsen, secondo Forbes, ha toccato, nel suo picco massimo, quasi sessanta miliardi di dollari, quando XRP è arrivata a valere tre dollari e ottanta centesimi.

Il sistema Ripple è un sistema simile a quello Bitcoin, ma con alcune determinanti differenze. Per prima, il fatto che si tratta di un sistema immaginato per trasferire somme di denaro in qualsiasi tipo di valuta, in maniera rapida e gratuita. Se il fine del Bitcoin è quello di immagazzinare capitale, quello di Ripple, in sostanza, è trasferirlo. Ancora, la valuta universale di quest’ultimo sistema è il Ripple XRP, che differentemente dal Bitcoin non può essere “minato”, ovvero guadagnato dall’utente contribuendo con i propri computer ai calcoli necessari a rendere la valuta sicura e attiva. Sebbene fondata nel 2012, l’idea di Ripple arriva da lontano, da quando nel 2004 il canadese Ryan Fugger aveva messo le basi per realizzare un sistema più sicuro possibile per il trasferimento di denaro. Da allora di tempo ne è passato, e tante evoluzioni, oltre che passaggi societari, hanno coinvolto il gruppo.

L’idea centrale di Ripple è che una somma di denaro abbia un valore differente a seconda della sua “forma”. Se ho del denaro contante, per esempio, questo avrà un valore diverso rispetto alla stessa quantità di denaro che posso possedere in banca, che tecnicamente è un “debito” di quest’ultima nei confronti del correntista. Ancora differente è il valore che assumerà la stessa cifra se depositata su una carta prepagata, non necessariamente riconosciuta da tutti e quindi non necessariamente utilizzabile per tutti i tipi di transazioni. La chiave, insomma, è la fiducia riposta dalle persone coinvolte in una transazione in un determinato “mezzo” o sistema economico. Qui si inserisce il servizio che offre Ripple: trovare la maniera più semplice per trasferire, attraverso dei passaggi che mettono in atto una catena “di fiducia”, i soldi da una persona a un’altra. Più che persone, però, a comporre questa catena sono grandi società o banche, situate soprattutto in Corea del Sud e Giappone, ma anche in Europa (Unicredit e Santander, per esempio). Per evitare le transazioni seriali di bot, la percentuale di XRP (bassissima) che i contraenti pagano, viene distrutta, così come una buona parte degli XRP creati da Ripple non è stata messa sul mercato (appena trentotto milioni su cento) ma investita in sistemi di ricerca per consolidare e rendere più sicuro il sistema. Più che la valuta in sé, la vera rivoluzione sembra essere quindi proprio il sistema (“il protocollo”) con cui Ripple gestisce le transazioni (altra grande differenza col Bitcoin), anche se qualche rischio c’è, anche in questo caso, a cominciare dalla possibilità che qualche banca, in qualche parte del mondo, decida di immagazzinare XRP per poter pagare i propri “debiti” direttamente, senza dover dipendere dal sistema.

È naturale infatti, che se da un lato, in questi anni, l’esplosione delle criptvovalute stia creando una vera e propria schiera di nuovi istant-miliardari, il fenomeno sia studiato, interessi e coinvolga sempre più le grandi banche e le grandi società di investimento, che stanno mettendo in campo i propri capitali internazionali, più che per convinzione, per un processo che nella cultura economica anglosassone è noto come “fear of missing out”, vale a dire il timore di rimanere esclusi da una fetta di mercato in espansione, e a forte redditività anche se rischiosa. Naturalmente, rispetto all’avventatezza (proporzionale alla quantità di capitale investito) dei piccoli investitori o speculatori, le grandi società, così come le banche, si inseriscono in quest’ambito con maggiore ponderatezza, anche a causa delle tante teorie che individuano quella delle criptovalute come una bolla speculativa pronta a scoppiare creando danni inimmaginabili. Ne esistono, allo stato attuale, almeno una quarantina, con un valore totale superiore al miliardo, una buona parte delle quali non sono utilizzate per transazioni, ma sono a fini speculativi e di investimento. Una vera e propria nuova economia mondiale, con prospettive ancora poco immaginabili, da tutti i punti di vista.