Black Game, un esperimento mal riuscito
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Dopo Bandersnatch la popolare serie Black Mirror insiste sulla via dello show controllato dagli spettatori. Ma cos’ha che non va questo Black Game?

 

Il grande merito di Black Mirror, serie tv attualmente alla quarta stagione distribuita (e dalla terza stagione anche prodotta) da Netflix, è sempre stato quello di saper raccontare in maniera originale ed efficace gli aspetti più malati e disturbanti del rapporto dell’uomo con la tecnologia. Gli ultimi passi mossi dalla serie figlia della mente di Charlie Brooker sembrano, però, aver preso una direzione forse eccessivamente rischiosa. Parliamo, ovviamente, dell’episodio Bandersnatch, di cui vi abbiamo parlato nei giorni scorsi, ma, soprattutto, dell’esperimento andato in onda sulle stories di Instagram ed intitolato Black Game. Vediamo di cosa si tratta e cosa, a parer nostro, è andato storto.

 

Controllo totale?

La premessa del Black Game era molto simile a quella di Bandersnatch. Quello che veniva promesso era uno show interattivo, in cui lo spettatore sarebbe stato chiamato a far compiere al protagonista scelte fondamentali, che avrebbero influenzato in un modo o nell’altro il prosieguo dello show. Se in Bandersnatch, però, ogni spettatore faceva storia a sé, il discorso per il Black Game è un po’ diverso: andando in onda live tramite stories di Instagram, infatti, tutti gli spettatori avrebbero deciso, tramite votazione, cosa il malcapitato soggetto dell’esperimento avrebbe dovuto fare, controllando, di fatto, la sua giornata. Un Grande Fratello estremo, in cui il protagonista si sarebbe dovuto trovare in totale balìa dello spettatore, con la quasi certezza che quest’ultimo avrebbe dato il suo voto sempre all’azione più sconveniente. Premesse che, purtroppo (o per fortuna?) non sembrano esser state rispettate: tutto ciò che ci si è trovati davanti, infatti, è stato un continuo scegliere tra azioni insignificanti (che vestito indossare, rasarsi o non rasarsi i capelli, distruggere o non distruggere degli scarpini da calcio…) conducenti a momenti altrettanto insignificanti e che, almeno ad impressione di chi vi scrive, avevano spesso il retrogusto di qualcosa di costruito. Non che ci si aspettasse di decidere su questioni di vita o morte, ma qualcosa di più significativo non avrebbe decisamente guastato.

 

Mancanza di originalità

Ciò che al Black Game non riusciamo a perdonare è stata, anche, la presunzione di porsi come qualcosa di innovativo che, di fatto, non è stato (da qui il corsivo della parola esperimento). Basta una rapida ricerca su Youtube, infatti, e di esperimenti del genere ne troveremo a centinaia, anche non recentissimi. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, cosa che, di per sé, non sarebbe stata tanto grave se questo Black Game non fosse stato spacciato come l’ennesimo colpo di genio del livello al quale, effettivamente, Black Mirror ci aveva abituato. Riflessione che porta, dunque, ad un’ulteriore domanda.

 

Black Game sì, ma Black Mirror?

Nelle prime righe di quest’articolo parlavamo di Black Mirror come di una serie che, partendo dall’analisi del rapporto uomo-tecnologia, ha sempre offerto spunti di riflessione interessantissimi, riuscendo a stupire, allarmare, scandalizzare, farci sentire in modo non poco preoccupante come riflessi, appunto, in uno specchio ben poco rassicurante. Cosa resta di ciò dopo Bandersnatch e Black Game? Ci sembra, ad oggi, di trovarci di fronte ad uno show senza più quella capacità di scavare a fondo nella società contemporanea, accontentandosi invece di incuriosire con promesse di fuochi d’artificio risolte, poi, in qualche sparuto petardo. Qualcuno parla di una seconda chiave di lettura, del Black Game come modo per aprire al pubblico gli occhi sul finto libero arbitrio in cui crede di vivere, ma ci sembra, in tutta onestà, qualcosa di molto debole per costituire appiglio valido. La speranza, dunque, è che Black Mirror ritrovi se stessa, anche proseguendo su questa strada, ma partorendo qualcosa di realmente efficace. La storia dello show parla chiaro riguardo le sue potenzialità. Non possiamo che sperare di rivederle, al più presto, espresse in tutta la loro potenza.

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Nato a Napoli il 29/06/1993, la passione per la scrittura e per la tecnologia crescono in lui quasi pari passo: questa duplice natura lo porta a frequentare la facoltà di Ingegneria Chimica e contestualmente a coltivare le proprie velleità di scrittore. Comincia a collaborare con PSB nel giugno 2018, sperando di trovare in quest’esperienza il perfetto connubio di questi due animi.