Aldo Moro
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16 marzo 1978 / 9 maggio 1978

Secondo una visione filosofica-politica, la società è una sorta di associazione composta da elementi che, nel riconoscimento della struttura cui aderiscono, si sentono vincolati da determinate regole comportamentali agendo, di conseguenza, nel loro rispetto. La teoria, in argomento, è quella di Rawls che definisce, infatti, la società “impresa cooperativa per il reciproco vantaggio”, atta a distribuire e ripartire oneri, responsabilità e benefici derivanti dalla cooperazione.

La correttezza della ripartizione dovrebbe individuarsi nel non massimizzare i vantaggi e minimizzare le responsabilità del vivere in società. Da qui la giustizia come primaria esigenza. Tale discorso dovrebbe essere traslato nelle istituzioni politiche, in modo da tutelare la democrazia quale patrimonio comune.

 

La sentita esigenza è, quindi, la riformulazione del tema afferente la giustizia sociale cui, in verità, si rileva l’assordante silenzio della politica, che appare sempre più autoreferenziale e preoccupata di apparire e non di essere.
Oggi non esiste alcun riscontro di reciprocità, tra l’espressione di voto e la percezione delle Istituzioni, tutte impegnate in prove di forze muscolari, atte a determinare supremazie assolutamente ininfluenti per il Bene Comune.

La democrazia, è bene non dimenticarlo, è fondata sull’uguaglianza politica e all’uguaglianza, è risaputo, corrisponde equiparazione.
All’epoca di “quei giorni”, la connotazione della politica era chiara ed evidente; da una sponda un pugliese dalla metodica pazienza e di sopraffina cultura, su altre posizioni uomini di levatura e spessore. Erano i tempi dei partiti, fucina di giovani partecipativi, a prescindere dai colori e dalla appartenenze. Dopo quel nove maggio sarebbe finita la DC; a seguire, dopo qualche anno, su un palco di Padova il PCI avrebbe perso il condottiero e dopo due lustri il PSI, spariva sotto una pioggia di monetine all’uscita di un hotel nel centro di Roma. Il risultato finale sanciva l’agonia cui andavano incontro i partiti di un tempo.

Eppure quell’uomo, nato a Maglie, che a 30 anni non ancora compiuti era già parte dell’Assemblea Costituente –  in seno alla Commissione incaricata di redigere la Carta Costituzionale – aveva avuto un’intuizione unica; un intuito cui un sardo, colto, comunicativo e pertinace, ne aveva colto lo spessore. Erano altri tempi, con un gesto della mano si spiegava un’intera convinzione; il  contradditorio – condotto da un bolognese “tosto” (Jadere Jacobelli) che contingentava e dettava i tempi, con assoluta “parità di condizioni” – vedeva protagonisti i direttori dei giornali, di espressione prettamente partitica, e il politico di turno, discutere in una “Tribuna Politica” di altri contenuti, rispetto a quelli che ci avrebbero attesi.

Dicevamo di quell’uomo – cinque volte Presidente del Consiglio e dieci volte (almeno) artefice di formazioni di altre compagini governative – che in cinquantacinque giorni avrebbe cambiato la storia. Tutto sarebbe terminato – dopo anni –  con un garofano rosso, appassito in maniera brutale,  segnale di un potere fragile e veloce.

Molto sappiamo, ma tanto ancora ci sfugge

A volte mi si chiede perché parlo poco; rispondo che, generalmente, parlo quando gli altri stanno zitti e taccio quando gli altri parlano…ergo.
Ecco, certamente due  Carabinieri: Oreste LeonardiDomenico Ricci e tre agenti della Polizia: Francesco ZizziGiulio Rivera e Raffaele Iozzinocinque Uomini dello Stato – non hanno avuto il tempo di parlare e neppure di ascoltare; qualcosa ancora ci sfugge.

Però nei giorni precedenti, quel disgraziato 16 marzo 1978, qualche segnale inquietante era stato colto; forse non saranno riusciti, gli Uomini dello Stato, a riferirne l’effettiva percezione del pericolo.
Chi di dovere li avrà lasciati parlare, ascoltandoli,   ne avrà tratto soluzioni parlando a propria volta?
Chi di dovere…chi?
La verità giudiziaria, per certi versi, è restata ambigua; forse anche manipolata.

Quell’uomo, cui i cinque Uomini dello Stato facevano da scorta, aveva osteggiato le ambigue e segrete guerre di potere di cui, tuttavia, conosceva ogni recondito particolare.
Avrà considerato – durante quei maledetti cinquantacinque giorni –  che a volte diventa necessario trovare il sistema di fare presto e bene, per anticipare gli eventi; prima che gli eventi, ineluttabilmente,  anticipino e chiudano i conti. Le situazioni sconosciute e, quindi, non gestibili, non poteva affrontarle da solo, non aveva più la percezione dell’esterno, ma conservava la lucidità.

Il trascorrere del tempo, da ciò che scriveva,  non sembrava averne scalfito le condizioni mentali, ma l’aspetto fisico, come avremmo poi scoperto, era stato ormai svilito.
Poteva facilmente intuire, e finanche supporre, come mai si sarebbe ristabilito dalla precarietà che viveva.
Il processo politico, il tribunale del popolo, la telefonata per adempiere alle ultime volontà e il cadavere  nella Renault 4, rossa, targata Roma N57686; martedì 9 maggio 1978, via Caetani a Roma.

La stagione del “compromesso storico” era stata chiusa, in maniera devastante.

Raimondo Miele