Cloud computing: caratteristiche, vantaggi e debolezze nell’Industria 4.0

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Alla lettura del termine cloud computing molto spesso, soprattutto per i non esperti, si collega immediatamente una ricerca su Google per scoprire il significato di questa espressione; quindi prima di introdurre l’argomento è necessario analizzare la traduzione di queste due parole e contestualizzarle. Etimologicamente parlando, cloud computing significa “nuvola informatica” ed è una tecnologia che attraverso l’uso di risorse informatiche (hardware e software), e un server remoto, permette l’elaborazione, l’archiviazione, la trasmissione e la memorizzazione di dati.

Grazie all’uso di internet (e in un contesto di Industria 4.0, cioè quella tendenza che porta a migliorare la produttività aziendale grazie all’ausilio di tecnologie) le aziende sfruttano il cloud computing in modalità on demand, non pagando un canone fisso ma sostenendo costi soltanto in base all’utilizzo che viene fatto delle risorse informatiche (che sono già preesistenti); non a caso si utilizza l’espressione “servizio cloud” proprio quando, grazie al web, si usufruisce di risorse informatiche.

Ma chi ha inventato il cloud computing? L’idea nasce da John McCarthy negli anni 60/70 (per quanto il termine cloud farà la sua prima apparizione soltanto dal 1990 in poi) che volle spalmare l’elaborazione dei dati di calcolo su più sistemi. Durante i primi anni di nascita del cloud, furono creati tre sottosistemi che portarono alla formazione di un modello in rappresentanza del software, della piattaforma e dell’infrastruttura (meglio conosciuto come SPI).

Per quanto riguarda il software, le aziende utilizzano sostanzialmente le applicazioni sia riguardanti i dispositivi mobili sia il mondo di internet in generale; una casella di posta elettronica, ad esempio, può essere considerato un software cloud, perché permette all’azienda di collegarsi con l’utente e scambiare dati.

Se la tecnologia base del cloud non è sufficiente, entrano in scena le piattaforme che utilizzano sistemi operativi e algoritmi e forniscono all’utente le API (Application Programming Interface o, in italiano, interfaccia di programmazione di un’applicazione) ovvero quell’insieme di procedure che l’impresa mette a disposizione per un determinato programma che il cliente usufruisce.

Infine il modello ha delle infrastrutture cioè la possoibilità di utilizzare un qualunque computer, in un qualsiasi luogo, per recuperare le risorse informatiche necessarie, anche se fisicamente il dipendente dell’azienda dovesse trovarsi in una sede distante da quella in cui lavora; per questo motivo, tra i tre gruppi, le infrastrutture rappresentano la parte più “antica” del cloud computing, cioè quella elaborata già dalla nascita di questa forma di tecnologia.

Lo sviluppo di questa tecnologia è stato abbastanza rilevante tanto che, secondo ricerche compiute nel 2016, pare possa esserci una crescita esponenziale entro la fine del 2021 (soprattutto nel ramo delle telecomunicazioni). Tuttavia è giusto precisare che i servizi cloud hanno una rete di distrubuzione ben definita che può essere privata, pubblica o ibrida; la differenza sta nel fatto che la prima forma (quella privata) prevede un utilizzo del servizio interno all’azienda (o al massimo ad un gruppo di imprese), la seconda (quella pubblica) una cessione dei servizi ad una clientela e la terza (quella ibrida) abbia un 50% del cloud privato e un 50% di quello pubblico.

Volendo completare il quadro strutturale del cloud computing, si può dire che questo servizio (soprattutto nei tre sottosistemi) abbia quattro caratteristiche che lo definiscono: la prima è la rapid elasticity, che permette all’utente di servirsi di una moltitudine di risorse (selezionate progressivamente in modo automatico); la seconda è l’on demand self service, la possibilità di calcolo indipendente dell’utente senza aver alcuna connessione con il fornitore del cloud; la terza, ancora, è la resource pooling che permette agli utenti di condividere le risorse utilizzate e, infine, l’ultima caratteristica è la broad network access, cioè non dover badare al momento o al luogo per potersi connettere con il cloud e reperire le risorse necessarie ma poterlo fare in modo rapido e semplice.

Vantaggi e debolezze del cloud computing

Passando ad un’analisi del cloud computing, per analizzare i vantaggi e le eventuali debolezze, si possono porre sotto la lente d’ingrandimento, i motivi per i quali le aziende scelgono questa forma di tecnologia e quindi capire quali sono i punti di forza di questo servizio; sicuramente, sotto quest’aspetto, spicca su tutti: la praticità; non a caso i massimi dirigenti, delle varie imprese, si servono del cloud computing per poter gestire dati aziendali in sedi diverse (anche in posti più disparati del mondo) grazie ad un tablet, un pc portatile o uno smartphone (tutti i dispositivi mobili che dispongono una rete internet). Inoltre non c’è il rischio di perdita dei suddetti dati, nel momento in cui dovesse essere necessario un backup, proprio grazie al cloud.

Purtroppo, però, anche il cloud computing presenta un altro lato della medaglia, quello più vulnerabile, che espone le aziende ad un rischio: la violazione della privacy; è ovvio, infatti, che l’utilizzo di un server remoto tramite internet possa esporre quell’impresa a subire un furto dati da parte di un hacker (soprattutto quando la linea utilizzata non è sicura al 100%) e quindi chi utilizza il cloud dovrà prestare parecchia attenzione e non essere superficiale.