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Napoli (immagine tratta da flickr)
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Come esprimere indifferenza ad una fonte espressiva: “Fregandosene Eludendo Lesivi Tentativi Rendendoli Inconcludenti”

Ogni anno, un quotidiano redige una lista che sembra una sorta di proscrizione nei confronti di un popolo. Analizza la qualità della vita di ciascuna provincia italiana.

Ebbene ho avuto la fortuna di conservare amici ovunque sono stato; molti di loro sono venuti (e ancora vengono) a Napoli, restandone estasiati in tutto e per tutto.

Tra questi in tanti, avendone la possibilità, hanno fatto in modo da essere inviati a Napoli per impegni di lavoro.

La qualità della vita? La qualità della vita è sbarcare in Padania con il babà o la pastiera e avvertire “l’invidia” di chi ne assaggia il sapore per la prima volta; la qualità della vita è andare a San Siro, al Comunale di Bologna o allo Zini di Cremona e sentire la “lingua madre” come normalità; la qualità della vita è guardare negli occhi il barista di turno, a Sondrio, a Piacenza o altrove, spiegandogli che l’acqua, servita in contemporanea, è un completamento del caffè e non un supplemento su richiesta; la qualità della vita è sentirsi chiedere dagli indigeni se è gradito ‘o cafè; la qualità della vita è spiegare che se non si risponde al saluto non si è riservati, ma molto più semplicemente scostumati.

Al settentrione come al Meridione; la qualità della vita è far presente che se si bussa ad un campanello del citofono e si scappa, si è comunque bambini scugnizzi (o monelli se piace di più) e non “esuberanti” se nati al Nord e “fetentielli” se nati al Sud; la qualità della vita è considerare che il condizionale dopo il “se”, non è inosservato quando la cadenza è del Nord e sottolineato se è del Sud, in entrambi i casi è un errore e punto. insomma, quando si ha comunque un poco di sole dentro, è qualità della vita. A prescindere da classifiche e prescrizioni.

La vita nomade

Bergamo, Bologna, Brescia, Cremona, Como, Firenze, Genova, Lodi, Mantova, Milano, Piacenza, Pavia, Rieti, Roma, Sondrio, Udine, Varese e relative province (in rigoroso ordine alfabetico),  in circa trent’anni di “vagabondaggio”, non mi hanno mutato il convincimento di concepire la buona educazione, mai la sottomissione; ho saputo vincere, senza vanagloria e perdere, senza recriminare.

Mi sono posto sempre con rispetto, mai con arroganza e non mi sono mai sentito un intruso. Ho dimostrato solidarietà nei tessuti sociali, dove ho vissuto, e ne ho riscontrato sincera affezione; tuttavia non mi sono mai calato in realtà – diverse dalla mia estrazione – facendo il mio comodo, ma non ho mai dimenticato che i miei corregionali, in altri tempi, hanno esportato lavoro, connaturandosi con il rigido rispetto delle regole vigenti.

Nessuno si è mai permesso – a prescindere da condizioni atmosferiche, orari, sesso, razza e tratti somatici – di non riconoscermi lo stato di “sciolto” pensatore e di libero cittadino.

Non ho mai consentito ad alcuno di pilotare le mie azioni o le mie abitudini;  ho sempre affermato, con estrema risolutezza, che il conseguimento di risultati positivi afferisce ad una sfera non necessariamente connotata da “furbizia” partenopea; così come, in caso di esiti negativi, non bisogna pensare che il mancato perseguimento dello scopo è imputabile a imbrogli altrui.

L’astuzia “aggressiva”, non può essere confusa con l’intelligenza “contemplativa” e, inoltre, giustificare una cattiveria, non significa negare il perdono ad un sognatore.

Integrazione senza affanno

Non è disdicevole sentirsi come gli appassionati di ciclismo; di quelli che fanno chilometri a piedi, si inerpicano su erte faticosissime e finalmente, stremati, arrivano sul ciglio di strade di montagna; attendono, anche ore, poi in un attimo fuggente  passa la “maglia” che aspettavano e cui tengono. La ragione urla tutta la sua indignazione, ma alla passione non ci sta regione che tenga e si finisce con il sentirsi proprio inadeguati. Anche perché il ciclista nemmeno ci ha fatto caso.

Una dolosa immagine   della questione meridionale, o, se più calzante, la questione meridionale che implica anche un malcelato, inspiegabile, astio?

Non mi piace. Chi dovrebbe comprendere lo stato delle cose, si affanna in logorroici e affannosi ragionamenti, ma, in sostanza, nulla toglie e nulla mette. In ciascun mutamento, di qualunque ordinamento, è necessario chiarire che il primario concetto da considerare è quello dell’unità del diritto che ne scaturisce; dal punto di vista sostanziale e da quello materiale.

In pratica è come se dovessimo valutare il passaggio da una staticità ad una dinamicità, con la peculiare attenzione alla coerenza dei principi, garantendo il fondamento della norma.

Appare evidente come diverse antinomie, non possano essere superate senza un minimo di attenzione alle svariate esigenze dei soggetti interessati al mutamento, ed è altrettanto indiscutibile che il negare ogni forma di criticità a priori, nascondendosi le difficoltà dietro il naturale tempo di assimilazione del ricambio, non giova a nessuno.

Specialmente se quel “nessuno” è inondato da rabbiosa reazione emotiva. Infondata, scostumata,

tracotante, arrogante ed imbecille. Imbecille nel senso di “sine baculo”; quindi vacillante.

Mentalmente, moralmente e, solo miserabilmente, compassionevole.

Basta capirsi e spiegarsi, circa la scelta di quale interesse debba prevalere e quale soccombere.

Questa volta, auspici soprattutto a “loro”, ma sempre e comunque auguri a “noi tutti”.

In fondo la differenza è tutta nell’intendere la collettività.