La rete ci osserva, ma lo vogliamo noi. Come i nostri dati finiscono sul web

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come i nostri dati finiscono nel web
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A tutti noi capita, ogni tanto, di avere la sensazione di essere seguiti, o spiati, oppure osservati con un po’ più di attenzione.

Può capitarci dal vivo, mentre camminiamo per strada, o mentre entriamo al cinema, o quando guardiamo con un po’ di agitazione nello specchietto retrovisore dell’auto, fino a tranquillizzarci solo quando quell’altra vettura che pensavamo ci stesse alle calcagna, per chissà quale motivo, non svolta in un’altra direzione. Poi, può capitare su internet. E lì il discorso è molto diverso.

Cerco un capo di vestiario con un motore di ricerca qualsiasi, per un acquisto on line? Ecco che dopo pochi minuti la mia home di Facebook è inondata di avvisi pubblicitari che mi propongono lo stesso acquisto, o un accessorio ad esso, al “best price” presente sulla rete. Sono in chat con un amico, raccontandogli i dettagli del viaggio di nozze di mio fratello, tornato entusiasta da qualche località esotica? Ecco che vengo bombardato da offerte di pacchetti da compagnie aree e catene di alberghi, o siti che combinano entrambe le cose, proprio per quella località.

Ma cosa succede di preciso? Dov’è nascosto il “grande fratello” che ci osserva, ci ascolta, ci legge, quando siamo in rete senza star troppo a pensare a cosa facciamo e in mano a chi abbiamo affidato i nostri dati?

Il fatto che colossi della rete come Google o Facebook sappiano tutto di noi, abbiano informazioni precise sui nostri gusti musicali e la nostra squadra del cuore, sappiano dove vogliamo andare in vacanza e se preferisco i cani o i gatti, è una questione data – forse con un po’ troppa di superficialità – per scontata. D’altronde, c’è poco da lamentarsi: siamo noi ad aver affidato loro pacchetti interi con i nostri dati personali, e ad alimentare quotidianamente la rete di informazioni che parlano di noi.

È anche vero che se in questi casi, questa cessione un po’ a cuor leggero di informazioni avviene consapevolmente, ce ne sono tanti altri in cui l’utente dimentica l’esistenza di entità (non parliamo di trascendenza, tranquillizzatevi) che entrano continuamente in contatto con noi e con i nostri cosiddetti “dati sensibili”. Senza che noi ce ne preoccupiamo più di tanto.

Un SDK, acronimo per Software development kit (traduzione: pacchetto di sviluppo software) è un pacchetto di sviluppo per applicazioni, espressione che indica un insieme di strumenti per la documentazione di software. Nella pratica, vuol dire che alcuni software sono costruiti per registrare il proprio schermo quando si utilizza una app. Il video registrato viene inviato successivamente a un server, in modo che gli sviluppatori possano osservare, al fine di “migliorarla”, come la utilizziamo quotidianamente, in tempo reale.

Quando utilizzo una app, insomma (e di qualsiasi genere!), è possibile che qualcuno stia osservando i nostri movimenti e le nostre scelte, allo scopo di utilizzare quelle informazioni a fini commerciali, o quanto meno per creare una user-experience cucita su misura su di me. Altri sistemi, i cosiddetti Saas (Software as service, quindi intesi come “servizi”), esplicitamente disponibili a livello commerciale, monitorano interi gruppi di sessioni sui siti web, fornendo poi delle mappe ai propri clienti (le cosiddette heat maps) che evidenziano le aree più cliccate del proprio sito dai singoli utenti, al fine di posizionare i contenuti (pubblicitari, ma non solo) più rilevanti, nelle aree dove c’è maggior “traffico”.

Una volta monitorati a 360°, dobbiamo fare i conti a quel punto con delle piattaforme che – sebbene in forma anonima – offrono i nostri dati, sottoforma di pacchetto, al miglior offerente. Le compagnie che “ci vendono”, senza che noi ne abbiamo minimamente idea, sul web, sono tantissime, come tante sono le transazioni, ogni volta che qualcuno li acquista, per ottimizzare i propri target pubblicitari, o per lavorare sull’efficacia del proprio sito e sulla “nostra” esperienza di cui sopra.

A questo punto, c’è da chiedersi: in cambio di cosa, lasciamo il web fare tutto ciò? E soprattutto, ne vale la pena? Di fatto, i nostri dati se ne vanno in giro per la rete, noi lasciamo fare, per ottenere una maggiore qualità del servizio che i singoli portali o siti web ci offrono. “È il capitalismo, bellezza!”, si potrebbe dire.

Uno scambio concordato a monte, di cui poi non possiamo star troppo a lamentarci, avendo stipulato noi, in qualità di utenti, una sorta di “contratto”. È d’altronde da decenni ormai che ogni sistema, organizzazione, business, ci studia con attenzione, noi e le nostre abitudini di utenti e consumatori, al fine di funzionare meglio, rendere la nostra “esperienza” migliore, e successivamente vendere con più efficacia il proprio prodotto. È così che è nata la pubblicità, è così che è nato il marketing, è sulla base di questi presupposti che si basa oggi la rete.

Semplicemente, è avvenuto, senza che capissimo precisamente quando, che i sondaggi, le ricerche di mercato, le informazioni su i nostri comportamenti da “acquirenti”, vengano acquisite oggi attraverso la nostra cessione “iniziale” di informazioni (per esempio, quando ci iscriviamo a un social network e compulsivamente cilcchiamo su “accetto”) piuttosto che di volta in volta.  A noi capire se vale la pena  meno di “difenderci”, a quale costo, e con quali mezzi.