Te voglio bene assaje, la canzone a Napoli
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Come si diffondeva la musica a Napoli: le canzoni invadevano le strade e i vicoli ne decretavano il successo. La storia di “Te voglio bene assaje” e il racconto di Salvatore Di Giacomo

Che Napoli fosse «nu teatro antico sempe apierto», così come scrive Eduardo, è cosa nota e tangibile ancora oggi. Il suo essere/non essere nella Storia, i suoi mali atavici,  le sue bellezze, la sua cultura, la sua eterna e sempreverde approssimazione, i suoi crolli e i suoi puntuali riscatti è possibile viverli,  attraverso i sensi: chiudi gli occhi e il profumo del mare si sposa con quello della cucina; dischiudendoli scorgi in ogni dove mura antiche e chiese barocche, tra la magniloquenza e la sozzura dell’incuria; presti attenzione all’udito e ascolti musica, ora “bassa” ed ora bella, divina, ineffabile.

La musica a Napoli

 Ed è la stessa musica ad invadere l’aria e con essa l’animo, diffondendosi e passando di bocca in bocca, come accadeva per incanto nei secoli scorsi, così come avvenne per Te voglio bene assaje, ritenuta da alcuni studiosi la prima Canzone Napoletana del filone pressappochisticamente definito classico –  ma che sarebbe meglio definire d’Autore  e che lo si fa risalire al 1835 e finire nel 1945, con Munasterio ’e Santa Chiara, escludendo però tutte le espressioni musicali che a questa tradizione si sono ispirate, decretandone anche un’evoluzione.

Te voglio bene assaje

Te voglio bene assaje, in realtà, non fu scritta da un poeta di professione, ma da un ottico, Raffaele Sacco. Inventore dell’Aletoscopio – macchinario che tentava di smascherare le contraffazioni – diventò socio di varie accademie ed una sera, in un’occasione dilettosa, annunciò d’aver scritto Te voglio bene assaje. Il motivo divenne immediatamente popolare, invadendo le case, le piazze, inducendo addirittura alcuni napoletani a esporre cartelli dove si «pregava» di non cantare il leitmotiv della canzone.

La prima volta…

La canzone fu cantata per la prima volta da un tenore del Teatro Nuovo, con un coro che andava entusiasmandosi sempre più ad ogni strofa e all’ultima un secondo coro s’univa e, stando al racconto di Salvatore Di Giacomo«salivano le voci dalla via e i cantatori erano popolani i quali componevano un pieno, inaspettato e sonoro, al finale appassionato».
Il successo fu alacre e la canzone, presentata alla Piedigrotta del 1835, diventò addirittura una vera persecuzione per un personaggio che si firmava G.S., che su un giornale scrisse:

Addio mia bella Napoli,
fuggo da te lontano!
Perché pensier sì strano,
Tu mi dirai, perché?
Perché mi reca nausea 

Quella canzone o mai:

Te voglio bene assaje

E tu non pienze a me

 

[Primo articolo del Dr. Ferdinando Guarino – Esperto della valorizzazione e promozione del patrimonio culturale, Ricercatore presso Università di Salerno, collaboratore esterno UILA Campania.
Tramite l’Associazione “VANTANAPOLI”, propaga la passione per la tradizione partenopea].