Covid-19 e la psicologia di massa
adv

“I piccoli salveranno i grandi”. (Amedeo Manzo – Presidente della Banca di Credito Cooperativo di Napoli) 

Per il momento è un’ipotesi temuta, ma si potrebbe tramutare in uno scenario e prorompere, prepotentemente, sulla ribalta sociale, economica e politica.

Il prezzo da pagare – sotto ogni profilo – sarebbe assai alto e le conseguenze difficilmente immaginabili.

Il sottobosco del sommerso è ormai all’assoluta povertà.

Garzoni dei bar, gente che si arrangia, tra le molteplici attività del “tirare a campare”, con lavori di idraulica, carpenteria, facchinaggio, e altri mille rimedi come cassieri e camerieri.

Ci sono, insomma, una moltitudine di famiglie a rischio, con la fondata preoccupazione che la criminalità organizzata possa fare incetta di “futura” manovalanza.

Lo scippo, ai danni di una signora, della borsa – contenente la spesa – avvenuto nelle scorse settimane in un popoloso quartiere di Napoli è un segnale da non sottovalutare; dal disagio espresso nel fatto, all’esplosione di un’autentica “bomba sociale”, il passo non  appare tanto lungo.

Programmazione immediata

Pensare e organizzare una progettazione, che tenga conto, contemporaneamente, della tutela della salute pubblica e del rilancio dell’intero sistema produttivo, è una assoluta, impellente, necessità. Non sembra prorogabile, l’attuazione di concretezza e fattiva collaborazione tra le parti interessate.

Intanto, purtroppo, continuiamo ad assistere a iniziative ad “ordine sparso”; quasi a voler, sistematicamente, estrinsecare l’apatia per un’Unità di intenti.

Sintesi di procedimenti che annunciano scadenze improbabili; confusione continua e perenne, con imbarazzanti caos comunicativi; auto-persuasioni, preoccupanti, di poter bastare ciascuno a se stesso.

In un momento così difficile sarebbe auspicabile una sinergia comune, che infonda forza e certezza nel futuro. Il Paese, già vittima di un disastro economico senza precedenti,  ne ha estremo bisogno.

La “Fase 1” non sembra potersi definire ultimata, ma in determinati Territori si pensa già ad attuare la “Fase 2”; una molteplicità di diversificazioni, distribuite tra le venti regioni.

Chi annuncia l’utilizzo di rimedi – cui evidentemente sarà interessato lo scautismo – per la difesa dei confini; un altro che si “arrampica” sulla valenza numerica per spiegare l’ormai imminente attuazione della ripartenza; da un’altra campana si annunciano mirabolanti tocchi di autosufficienza, pronti a far  da volano alla ripresa economica.

La forza sulla debolezza

Il consenso e la fiducia si basano, ormai, sulle altrui volubilità. “Si apre tutto”; “Si chiude tutto”; “Si apre tutto”; “Si chiude tutto”. Insomma, aprire tutto, chiudere tutto e il contrario di tutto.

Su tali indiscusse, balbettanti ed ondeggianti, argomentazioni, la parte, che dovrebbe essere padrona dell’intera scena nazionale, si destreggia in un’anonima – a tratti nervosa – azione contenitiva, in attesa che sostegni Europei possano soccorrerla.

Nelle more, cassa integrazione ancora in itinere, decreti attuativi da interpretare e tentare di sburocratizzare e, come se non bastasse, annunci che sembrano “corroborati” solo da individuali spiegazioni.

La panacea dei 600 euro, dopo una sofferta e approssimativa messa in opera, sta dando riscontri.

Il pasticcio coinvolge tutti; la storia della dottoressa, che buca una gomma durante il tragitto che deve percorrere per raggiungere il posto di lavoro, la dice lunga.

Una pattuglia di “Forze dell’Ordine”, pur di agevolarne l’azione, la soccorre e provvede al cambio della ruota. La dottoressa ringrazia e, trafelata, riprende l’andatura, ma poco dopo un’altra pattuglia di “Forze dell’Ordine” la ferma: non ci sono ragioni che tengano. Verbale e multa.

Intanto, in altre sedi, si discute di test e tamponi improrogabili; però, la mano destra non sa cosa fa la sinistra.

In altre “alte sfere”, invece, si pensa a dividere i posti di lavoro con plexiglass e fornire le risorse umane di quattro mascherine protettive, per ciascun giorno lavorativo.

Il materiale che “menti superiori” avevano individuato, per far rispettare il distanziamento sociale tra ombrelloni sull’arenile, utilizzato per un’utile iniziativa atta a ripartire. Riprendere a lavorare,  in luogo di improbabili abbronzature, ma autentiche saune con adeguata, lenta, cottura a vapore.

Quanto ancora si potrà tirare avanti?

Scuse da porre e cordoglio da esprimere

Ci sono modi e modi per affrontare situazioni critiche, momenti drammatici, circostanze angoscianti, ma quelli attuati – secondo quanto si evince dalle fonti informative – appaiono davvero fuori da ogni contesto; violentemente contrastanti, con quanto messo in essere da uomini e donne – per fortuna ancora ne esistono – che piangono vittime tra i propri colleghi, ma restano in prima linea. Anche senza sufficienti sistemi di autoprotezione.

Sarebbe stato preferibile – e certamente più consono – almeno un sommesso silenzio, in attesa dei riscontri e delle conclusioni degli Organi preposti. Senza se e senza ma.

Arriveranno i tempi delle verità. Questo è il sentito auspicio di tutti, parenti e cittadini.

Un grande, come Folco Quilici (chapeau!) asseriva che la battaglia contro l’ignoranza e la violenza non era perduta. Con  il massimo rispetto, per tutti, nutro – in certe attuali circostanze – più di qualche ragionevole dubbio.

Rispetto, stima ed educazione non hanno fisionomie linguistiche, neppure di razza e religione. La politica non dovrebbe fare eccezione. Anzi!

Oggi, in maniera particolare, sembra che i toni alti, l’ineducazione e l’essere scortesi siano la normalità. Per non parlare dell’assoluta superficialità con cui si etichettano idee e convinzioni altrui. E’ un continuo “noli me tangere” di tracotanti “miracolati” o di assoluti ignari e sprovveduti circa le realtà afferenti al Bene Comune; e, nel nostro dramma condiviso, è un fatto assolutamente aberrante.

L’opportunità del silenzio

Anche il silenzio ha un proprio linguaggio; e può anche fare molto rumore. Può apparire un paradosso, ma in effetti non è una stravaganza estemporanea. Già bastano ed avanzano quelle cui siamo sottoposti.

Il silenzio può essere eloquente, passivo, nocivo e affettivo.
Il silenzio nocivo è quello in cui ci si chiude perché, pur conoscendo le risposte si evitano le domande; il silenzio passivo si identifica nel ritenere inutile qualunque replica a quanto si ascolta; il silenzio eloquente, invece, evita le domande, per non riscontrare le risposte che già si conoscono nascondendo, in pratica, il disaccordo totale e scontato.

Esiste, infine, il silenzio affettivo. Si ha quando il silenzio parla, nel senso che si sta zitti, pure comprendendo e corrispondendo azioni e soluzioni. E’ quello della verità taciuta, ma ampiamente riconosciuta; è il silenzio della assoluta dedizione.

E’ ormai, oltremodo preoccupante il modo con cui in tanti confondono la dedizione con il raggiro, la furbizia con l’intelligenza, la capacità con l’inefficacia, l’essere con l’apparire, il divulgare con il propagandare. Non è possibile giustificare, abusando dell’altrui disponibilità, l’esigenza di dover lavorare proponendo, anche con tracotanza e arroganza, fregature in cui il limite con la truffa è assai labile.

Il margine tra il livellare ed il pianificare è assai impercettibile, ma  assolutamente evidente.

Inoltre, livellare non è pianificare; la pianificazione è dell’uomo, la parificazione è altra storia. Meditando, con un briciolo di sadismo, potremmo arrivare a pensare che la parificazione è appannaggio della natura.

In tale caso, non appare banale la considerazione di come i “piccoli” potrebbero essere la salvezza dei “grandi”