copyright online
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Tutto rinviato a settembre per la nuova normativa sul copyright online: dov’è che non convince la proposta appena bocciata?

 

In breve

Il 5 luglio 2018 il Parlamento Europeo, riunitosi in Seduta Plenaria a Strasburgo, ha emesso verdetto negativo sulla nuova proposta di normativa sul copyright online, rinviando di fatto qualunque decisione a settembre. Gli articoli presi in considerazione andranno dunque revisionati, ridiscussi ed opportunamente modificati, in modo tale da far fronte adeguatamente a quello che si presenta come uno dei temi più scottanti derivati dalla grande diffusione dell’utilizzo di Internet.

Scendiamo, dunque, nel dettaglio ed analizziamo i punti sui quali i Parlamentari Europei hanno tergiversato, cercando di capire in che modo potrà evolversi la situazione da qui a pochi mesi.

Parlamento europeo

Gli articoli della discordia

Il disegno di legge appena rigettato si presenta come un poco rassicurante mostro a tre teste: è l’articolo 3 a fare da apripista, seguito dai più controversi articolo 11 e articolo 13. Sul primo di questo trittico, in realtà, nessuno ha avuto molto da ridire: si parla di text and data mining (la tecnica tramite la quale è possibile analizzare, automaticamente, grandi quantità di testi e dati allo scopo di ottenere informazioni), operazione che spesso viene limitata dalle vigenti normative europee sul copyright. La proposta è, in questo caso, di introdurre delle eccezioni per permettere a determinate aziende (si parla di campi non di poco conto, come quello medico o farmaceutico) di poter svolgere con più libertà il loro lavoro di ricerca tra i dati disponibili, senza sottostare a restrizioni eccessive.

Link Tax sì, Link Tax no

È con la proposta dell’articolo 11, dunque, che i problemi cominciano a venir fuori.

La questione, in questo caso, interessa i grandi motori di ricerca e contenitori di informazioni (Google o Facebook, ad esempio) che infatti hanno fatto fronte comune di opposizione. Di cosa si parla? Di inserire l’obbligo di corrispondere una certa somma di denaro al creatore di ogni contenuto che venga condiviso. Il semplice link ad un articolo condiviso su Facebook, per intenderci, o una notizia riportata su Google News: basterebbero poche righe di testo per rendere il contenuto tassabile, secondo il principio di garantire una “consona ed equa remunerazione” ai detentori dei diritti e quindi agli editori dei suddetti materiali.

Inutile dire che la cosa non è piaciuta per niente a chi si troverebbe, di fatto, a doverci rimettere economicamente, come le grandi compagnie che abbiamo già nominato, per le quali la condivisione di contenuti esterni è il pane quotidiano.

La questione diventa, inoltre, ancora più controversa se si pensa a quanto il provvedimento andrebbe a danneggiare le eventuali startup che volessero provare ad inserirsi nel mercato dello stesso settore: se determinate spese risultano onerose per un Google o un Facebook, per una piccola compagnia in rampa di lancio sarebbero praticamente proibitive. Giusto, dunque, tutelare gli editori che, infatti, complice l’annosa crisi del settore, si sono dichiarati in blocco favorevoli all’iniziativa; tuttavia non sembra altrettanto giusto chiudere, di fatto, le porte in faccia a chi ha meno disponibilità.

Icone social media

Articolo 13 e Content ID         

La questione sollevata dall’articolo 13 è tanto diversa quanto simile a quella già discussa nell’articolo 11. Si propone, infatti, che la responsabilità sui contenuti condivisi cada in maniera diretta sui contenitori che permettono quelle condivisioni. Chi, per primo, si tutela già da anni contro situazioni del genere è Youtube: la celebre piattaforma di video sharing, infatti, ha introdotto da anni un Content ID, ovvero un’intelligenza artificiale che si occupa di controllare, in automatico, qualunque contenuto condiviso, allo scopo di individuare e segnalare ogni sospetta violazione del copyright. In realtà, come in ogni sistema automatizzato basato su concetti dai confini abbastanza labili come quello del diritto d’autore, gli errori sono all’ordine del giorno, con relative lamentele delle parti danneggiate. Ciò che si richiede, dunque, ai grandi motori di ricerca ed ai grandi contenitori è di adeguarsi allo standard di Youtube, introducendo un sistema di controllo simile o uguale al già citato Content ID. Sembra palese, a questo punto, quali siano i limiti e i possibili effetti collaterali di tale richiesta: in primis un potere di censura quasi illimitato, che consentirebbe l’eliminazione di qualunque contenuto in modo arbitrario con la scusante della violazione del copyright; in secondo luogo i già citati errori di valutazione, che non poche critiche hanno causato allo stesso Youtube; last but not least la questione economica, esattamente come nel caso dell’articolo 11. Un Content ID è una gran scocciatura e soprattutto richiede un esborso non propriamente leggero. Quante aziende neonate potrebbero permettersi una simile spesa? Non bisogna essere un genio della finanza per conoscere la risposta.

Conclusioni

L’idea di base, in realtà, è nobile e merita di essere sviluppata e portata avanti in modo adeguato. Il diritto d’autore va difeso ed è giusto che chi crea contenuti ne guadagni quanto merita e quanto gli spetta per legge, così come è sacrosanto che nessuno si appropri dei meriti di un altro (nell’era della digitalizzazione dell’informazione, per esempio, non è certo raro imbattersi in articoli praticamente copiati ed incollati da altri siti). Proprio la delicatezza dell’argomento, però, fa sì che questo vada trattato con la giusta profondità, capendo quando e dove inserire eccezioni e, soprattutto, come tutelare i creator senza, per questo, dare ancora più potere a chi già ne ha togliendo, invece, possibilità a chi cerca di crearsene con pochi mezzi a disposizione.

Il rinvio a settembre della decisione è un ottimo messaggio e svela l’intenzione di lavorare alla cosa in maniera approfondita: attendiamo, fiduciosi, i risultati di quest’esame di riparazione.

Nato a Napoli il 29/06/1993, la passione per la scrittura e per la tecnologia crescono in lui quasi pari passo: questa duplice natura lo porta a frequentare la facoltà di Ingegneria Chimica e contestualmente a coltivare le proprie velleità di scrittore. Comincia a collaborare con PSB nel giugno 2018, sperando di trovare in quest’esperienza il perfetto connubio di questi due animi.