Criptomonete, l’Italia è avanti sulle norme antiriciclaggio

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Esiste un dibattito, a livello internazionale, che coinvolge economisti ed esperti di teoria monetaria, riguardo le possibilità di considerare le criptomonete, e naturalmente la più famosa tra esse,  il Bitcoin, come un’“unità di scambio”, ovvero qualcosa capace di soddisfare tutti i compiti primari di una moneta, così come il mercato è solito riconoscerli.

Nel frattempo, però, i riflessi concreti non solo sull’economia, della devastante discesa in campo di Bitcoin & co., sono molteplici, e anche su questo ci si sta interrogando, soprattutto vista la necessità avvertita da parte di governi ed enti internazionali di dare una regolamentazione normativa a questo ampissimo universo.

L’Europa, e in particolar modo l’Italia, sembrano essere in questo caso più avanti di tutti. Se Bruxelles infatti si sta muovendo da tempo in maniera organica e compatta per limitare i rischi insiti nella galassia delle criptovalute, l’Italia sta facendo letteralmente da apripista rispetto a regolamentazioni che risulteranno decisive in futuro, in particolar modo in materia di adempimenti antiriciclaggio e tassabilità delle operazioni di “incrocio” tra moneta reale e virtuale. Se le banche centrali, insomma, appaiono in questa fase ancora un po’ in ritardo, la politica sta facendo il suo.

Concentrandoci su quanto accade nel nostro paese, scopriamo che per la prima volta, in un testo normativo, si è parlato di monete virtuali con l’aggiornamento del Dlgs 231/2007, proprio in un’ottica di prevenzione del rischio riciclaggio e in particolare di quelli che incombono in settori delicati come le banche, le assicurazioni, i professionisti. Assorbendo le nuove regole della IV direttiva europea antiriciclaggio, il legislatore italiano ha imposto che, una volta che la valuta viene trasformata in criptovaluta (per esempio, all’acquisto di Bitcoin), le tracce di chi ha investito debbano rimanere reali, quantomeno prima che ci si inoltri nel mondo invece poco tracciabile delle catene digitali. Se resta infatti da discutere la funzione monetaria reale delle monete virtuali, reali lo sono eccome le transazioni, quelle con cui si acquistano Bitcoin e company; anche perché, come detto infinite volte, le oscillazioni del valore non solo sono continue, ma sono soggette a fattori di ogni tipo: nel corso dell’ultima settimana, per esempio, veri e propri crolli si sono registrati dopo i provvedimenti presi da Corea del Sud e Cina, sempre più dure nel combattere questo nuovo mercato.

Raccogliendo evidentemente lo spunto delle iniziative prese dal governo italiano, anche l’Unione Europea ha inserito nella proposta di modifica alla IV direttiva sull’antiriciclaggio una serie di nuove misure per combattere l’utilizzo illecito delle criptomonete, a cominciare dal riciclaggio e il finanziamento del terrorismo internazionale. Il punto chiave è il forte grado di anonimato da cui possono trarre vantaggio le operazioni in Bitcoin e in altre monete di questo tipo. Proprio per questo è stato necessario partire da una definizione precisa della valuta, quale “rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente” (Dlgs 231/2007).

Ancora, da un punto di vista di tutela dell’“acquirente”, l’Italia si è mossa prima di tutti, questa volta attraverso una sentenza della magistratura. Il Tribunale di Verona si è infatti recentemente occupato di un caso che coinvolgeva alcuni investitori i quali lamentavano di aver versato del denaro, comprando Bitcoin, senza però ricevere in cambio un wallet. Da qui, l’intervento del giudice che ha definito il cambio di moneta reale in moneta virtuale come una “attività professionale di prestazioni di servizi a titolo oneroso, svolta in favore di consumatori”. Un servizio (in questo caso finanziario) in pieno titolo, dove c’è un fornitore e un consumatore. È proprio per questo che il giudice ha ritenuto di applicare, a tutela dell’“acquirente”, il Codice del consumo, collocando il caso in una “offerta al pubblico di prodotti finanziari” (Articolo 1, lettere T e U del Dlgs 58/1998) e l’intermediazione in un “servizio o attività di investimento in valori mobiliari”. Il servizio (come da Codice) altro non è che la “negoziazione di un titolo che permette di acquistare o di vendere i valori mobiliari” (quindi azioni e altri titoli appartenenti a società) a patto che il tutto avvenga previo “regolamento in contanti determinato in riferimento ai valori mobiliari, a valute, a tassi di interesse, a rendimenti, a merci, a indici o a misure”.

Dalla politica alle sedi giudiziarie, insomma, se il nuovo mercato impazza (e con lui i rischi di frodi, truffe, o utilizzi illeciti delle monete virtuali) c’è anche chi cerca di tutelare quelli che in questo oceano si gettano con le migliori intenzioni, rischiando di affogare dopo poche bracciate.