Il crowd work si sviluppa ma non c’è ancora un inquadramento giuridico

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crowd work
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In tutto il mondo e, in Europa soprattutto, sta espandendosi sempre più e di pari passo allo smart working, una nuova forma di lavoro: il crowd work.

Le due parole che compongono il termine crowd work, partendo da una traduzione letterale, stanno a significare “lavoro nella folla” e fanno il loro ingresso nella società dal 2015 quando il rapporto dell’Eurofound (la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro), dello stesso anno e dal titolo “new forms of employments”, ne fece cenno per la prima volta in assoluto.

Il crowd work è sinonimo di “digitale” dal momento che è una tipologia di lavoro che prevede tre elementi base: un lavoratore, un’azienda e una piattaforma digitale; il lavoratore, collegato alla piattaforma, riceve proposte dalle aziende localizzate in diverse parti del mondo che sono alla ricerca di persone per determinate operazioni legate alla propria organizzazione.

Le commissioni ricercate dalle aziende sono, per la maggior parte, di semplice realizzazione tanto da essere rinominate “gig work” (lavoretti); queste commissioni riguardano, ed esempio, lavori di traduzioni, di redazione di bozze o realizzazione di testi in ambito musicale e si sono diffuse raggiungendo, nel 2016, cifre tra il 5% e il 9%.

Questi numeri, però, sono in continua crescita tanto che le commissioni potrebbero addirittura passare ad un livello di difficoltà superiore andando a toccare quelle che sono abilità intellettive, legate al mondo dell’architettura, progettuali e molto altro ancora. Il perché della scelta delle aziende di passare ad uno step successivo si può individuare nel fatturato che queste hanno ottenuto con il crowd work negli ultimi anni.

Accenture (multinazionale statunitense esperta in consulenza strategica e direzionale) ha registrato oltre i 2,6 trilioni di dollari di ricavato per le aziende che hanno usufruito del crowd work e, inoltre, il 46% dei lavoratori si è ritenuto soddisfatto di aver scelto questa tipologia di lavoro digitale; dal 2015, infatti, 500.000 candidati (provenienti da oltre 190 paesi di tutto il mondo) si sono connessi ad una piattaforma digitale in attesa di commissioni richieste da varie aziende.

Ma perché molti lavoratori scelgono di affidarsi al crowd work come forma di lavoro? I vantaggi, sostanzialmente, sono legati ad esigenze di flessibilità (poter lavorare da casa e quando è possibile) o di sviluppo industriale (per zone che hanno forte carenza di offerta). Tuttavia non si possono non considerare i rischi come la sicurezza e la tutela dei lavoratori.

Tra i 190 paesi che si sono aperti al crowd work c’è anche l’Italia e qui degna di nota è la SMart (Società Mutualistica per artisti), che nasce venti anni fa a Bruxelles (1998) e si diffonde lentamente in nove paesi d’Europa (Belgio, Italia, Francia, Spagna, Germania, Austria, Ungheria, Svezia e Olanda) coprendo un quantitativo di 90.000 soci. Negli ultimi anni, questa cooperativa senza scopo di lucro, è arrivata anche in Italia ed ha due sedi: una nella capitale e una a Milano.

Nel nostro paese, almeno per quanto riguarda i cosiddetti crowd workers, la presenza della SMart è estremamente importante in quanto manca ancora un inquadramento giuridico per questa nuova

forma di lavoro. La responsabile dello sviluppo di SMartIT (la sede italiana della cooperativa) Chiara Faini è intervenuta proprio in merito alla questione giuridica considerando che temi come pensione, maternità o quello delle malattie (per quanto riguarda la tutela prima citata) risentono maggiormente di questa mancanza.

La cooperativa SMart garantisce sostegno per i temi più delicati

La SMart, proprio per questo, si pone come primo obiettivo l’inquadramento dei lavoratori, che vanno dagli autonomi ai professionisti, iscritti alla cooperativa versando l’8,5% nel fondo comune dei soci (per coprire i costi di gestione). Partendo da questo step la cooperativa riesce a rendere il crowd work un qualcosa di concreto, considerando che è ormai riconosciuto in tutto il mondo come il nuovo che avanza, e i lavoratori tutelati a 360°.

La Faini, prosegue, affermando che i lavoratori connessi alla piattaforma digitale non dovranno aprire alcuna partita IVA per l’iscrizione alla cooperativa e che riceveranno i pagamenti ogni 10 del mese (cadenza regolare garantita al 100%). La SMart, grazie a queste agevolazioni e certezze, conta oggi più di 120 mila iscrizioni di lavoratori freelance.

Per alcune delle tematiche menzionate, inoltre, la SMart precisa che sono previsti assegni di maternità per tutti i soci che ne hanno diritto, o ne avranno in futuro, e sostegno per i disoccupati. Chiara Faini, infine, spiega che bisogna sensibilizzare il mondo, le aziende e le stesse persone verso quella che è una nuova tipologia di lavoro, innovativa e che permette di collegare diverse parti del mondo con una semplice connessione.