adv

Concretezza in un contesto di indecisioni

Non mi piacciono. Né le facce, né i toni. E non mi piacciono neppure i commenti.
Non mi piacciono i voltagabbana e i “cambiacasacca”,  non mi piacciono i saccenti “a posteriori”, non mi piacciono i senza “sfere”, non mi piacciono i maleducati, non mi piacciono i vampiri di energia, non mi piacciono le tossicità derivanti da relazioni inquinate.

Non mi piace l’imperversare di emozioni negative, a discapito di chi ancora ha un briciolo di visione futura. Non mi piacciono le esultanze da stadio, traslate in un contesto che dovrebbe essere del tutto avulso da sprechi, soverchierie e insensatezze, con numeri di funambolismo dialettico.

Sarebbe interessante applicare, alle esibizioni in argomento,  il “cui bono” o il “follow the money”; terminologie assai in voga oggi, ma che risalgono all’epoca “watergate” (tutti gli uomini del presidente – 1976 – dice qualcosa?).

Ormai siamo un popolo diviso, fazioso e immischiato in guerre tribali. Ci piacciono le alleanze finalizzate a consentire il “tirare a campare” momentaneo, o l’egemonia periferica, atta a imperare nella sterilità del nulla assoluto.
No, non mi piace; non mi piace tutto ciò che è post elettorale. Ed oggi sembra sempre tempo di dopo elezioni, con l’aggravante di una campagna elettorale indefinita e diuturna.

Ormai tra una tornata elettorale e l’altra si è solo impegnati a riempire il vuoto con il niente; tanto, una prossima consultazione è  sempre in agguato.

Problemi legati a garanzie sospese

Parrucchieri, studenti, concessionari del gioco d’azzardo, imprenditori ancora al punto di partenza, operai senza sicurezze, scarsa (o finta?) liquidità con tutte le conseguenze immaginabili ricorrendo – purtroppo –  alle “economie informali”, certezze di condizionalità in alto mare. Stati generali indetti, ma di cui non si è ancora capito se saranno una passerella o un volano, per arrivare ad auspicate sicurezze; propaganda o punto di svolta, è il dilemma.

Come sempre, nulla di nuovo, tante parole e pochi fatti.
Piano Colao con 102 punti in 52 pagine; proposte di rilancio e riforme strutturali, ma l’attenzione, del Capo dell’Esecutivo, sembra tutta focalizzata agli imminenti Stati indetti.  Ad un condizione imprescindibile: norme da snellire ed attuazione immediata.

Il Paese è in stallo e in uno stato complicatissimo; burocrazia soffocante, che può portare solo ad uno stato peggiorativo. A tal proposito, eroi come tutti gli appartenenti al settore sanitario – giustamente idolatrati e ammirati durante la fase critica – oggi sono dimenticati.
Ancora a discutere, attraverso gli Stati Generali, quali saranno le priorità del Paese, ma nelle varie Regioni sembrano imperanti tante diversità.

Il “gelo” verso le proposte, sembra corroborato dagli esitanti commenti. Centoventuno schede di lavoro con tre assi e sei aree tematiche. Rivoluzione “verde”, parità di genere e digitalizzazione del Paese. Imprese e lavoro, infrastrutture e ambiente, turismo e cultura, istruzione, differenza di genere e famiglie.
Questo molto in sintesi, ma abbastanza semplice per comprendere quali difficoltà imperino.

Reale applicazione o chimere inattuabili?

Tra Decreti rapidissimi, ma non applicati, e interpretazioni singolari, siamo ancora ad uno stallo preoccupante; nel frattempo la crisi economica morde molteplici settori. La rabbia sociale aumenta e il divario, tra i vari casi, sembra acuirsi in maniera sempre meno risolvibile. Regole certe o la ripresa sarà un definitivo miraggio. Questo il punto focale dello stato dell’arte.

Confusione ovunque; qui, nella nostra realtà, siamo al punto di non riuscire a comprendere, neppure più in maniera esatta, se le spese sospese hanno preso la giusta via. Falsi poveri “confusi” tra i veri bisognosi; sussidi e sostegni assistenziali a favore di persone, che non sembrano alla fase indigente.

Ad aumentare il caos l’utilizzo dei dispositivi individuali di protezione; la mascherina non deve dare false sicurezza, la mascherina non salva la vita, i guanti sono utili, i guanti non servono, anzi possono essere dannosi.

Il Paese esige solo  fatti

Chi ci salverà dalla confusione imperante? Siamo ancora al chiedercelo, ma le risposte non le conosciamo. La fiducia, inoltre, è sempre più vicina allo zero.
Settembre di rilancio? I tempi sono serrati e i margini di errore non sono molti; già sono stati travalicati tante volte. E’ tempo di spazzare il campo da ogni inutile orpello, servono solo concretezza e efficacia. Senza se e senza ma.

L’obiettivo cui mira il piano è racchiuso in “un’Italia più forte, resiliente ed equa”.
Al momento anche tale “indirizzo” è connotato da parole; attendiamo i fatti.
E, per non dimenticare, l’Ilva appare senza futuro; era stato annunciata, appunto un altro annuncio, la soluzione. Questo è un altro discorso, tuttavia la “fame” può superare ogni ostacolo; anche far diventare cattivi.

Gli operai non si chiedono dove va il mercato dell’acciaio e neppure se la riconversione è una soluzione; le tantissime famiglie  coinvolte non vogliono sapere di chi è la responsabilità; ai componenti dei nuclei familiari non interessano ideologia e convenienza.Le persone non avvertono una pianificazione; e la pianificazione è l’esigenza, per percepire l’efficacia dell’attenzione a ciascun problema.
La situazione non è incoraggiante, auguri a noi.

 

Raimondo Miele