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Condizioni di vita in e dopo il carcere

Ci sono delle realtà nascoste agli occhi di molti in cui difficilmente ci si immagina come una persona possa vivere al suo interno, ad esempio nessuno si chiede mai che cosa voglia dire vivere in un carcere.

Il progetto Donna nelle Carceri appena conclusosi in Campania, promosso dalla Consulta femminile sulla condizione delle donne nella Regione Campania e coordinato dalla cooperativa Orsa Maggiore, riporta l’attenzione alla condizione femminile in stato di detenzione e all’importanza della tutela della salute psicofisica in circostanze così limitanti.

Nel 2019 le donne rappresentavano il 4,32% dei detenuti Italiani (fonte www.antigone.it), questo valore che apparentemente può sembrare basso non deve essere motivo di trascuratezza da parte delle autorità competenti.

La vita in carcere è sicuramente sacrificata e nessuno mette in discussione che sia la conseguenza a scelte sbagliate e contro la legge. Ma è anche vero che un istituto di pena non può essere un luogo dimenticato da Dio, non può essere uno sgabuzzino in cui si rinchiude qualcuno che è stato cattivo e poi si butta la chiave.

Detenzione e riabilitazione due percorsi da incrociare

La prigione deve e può essere un luogo di recupero, ricostruzione e riabilitazione della persona in una prospettiva post-detentiva.

Queste belle parole possono trovare concretezza nella realtà solo attraverso delle attività costruttive e riabilitative che permettano ai detenuti di imboccare la giusta via al momento della scarcerazione.

Attività come quelle proposte dal progetto Donna nelle Carceri, allenamento fisico regolare accompagnato da un controllo alimentare monitorato da professionisti del settore, permettono alle detenute di guardarsi con occhi diversi, di recuperare la propria autostima e di credere fiduciosamente nelle proprie capacità. Sono queste le vere caratteristiche di prevenzione alla possibilità che ricadano nuovamente nella rete della malavita una volta scontata la pena.

Soluzioni costruttive: istruzione e lavoro

La maggior parte delle donne recluse provengono da stati di degrado sociale, il cui livello scolastico è molto basso. Di riflesso i reati per i quali vengono incarcerate principalmente sono legati al patrimonio, come i furti, oppure alle droghe.

In Italia oggi sono ancora troppo poche le case circondariali che prevedono l’inserimento dei detenuti in programmi di istruzione e lavoro.

Eppure appare evidente che lo studio e la costruzione di competenze valide e spendibili possano essere le uniche vere risposte costruttive per una vita post-detentiva.

Una nuova autostima per un nuovo futuro

Consentire a queste donne di costruire una immagine diversa di loro stesse passando da una visione in cui sono persone con poche possibilità che non hanno saputo costruirsi una vita soddisfacente, ad una ben più promettente visione di sé come persone che hanno qualcosa di buono da dare ed in grado di contribuire positivamente nella comunità.

Qualsiasi genitore sa’ che le punizioni da sole servono a ben poco e se noi consideriamo lo Stato come un genitore e i cittadini come i suoi figli il discorso appare molto chiaro: non basta punire per gli errori, occorre fornire gli strumenti per crescere come persone dignitose.