Droni e privacy. Chi ci tutela e come. Seconda Puntata

101
droni e privacy e sicurezza aviazione
adv

Una discussione sulla necessità di adottare misure di sicurezza per evitare che l’utilizzo dei droni causi danni alla privacy dei cittadini, è stata introdotta a livello europeo dal gruppo “Article 29 Working Party”, un soggetto costituito dai rappresentanti delle autorità per la protezione dei dati degli stati membri dell’Unione Europea. A giugno 2015 il gruppo ha prodotto un documento che ha per titolo “Privacy and Data Protection Issues relating to Utilisation of Drones” e che contiene opinioni, raccomandazioni, e proposte di carattere generale che però non sono vincolanti per gli stati membri.

La discussione nei singoli paesi, a cominciare dall’Italia, si era infatti troppo spesso esaurita con semplici rimandi all’applicazione della normativa in materia di privacy da parte dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, preferendo quindi un approccio reattivo e non pro-attivo, come quello garantito dalla privacy by design. Una novità è arrivata però a ottobre di quest’anno.

Sfruttando i suggerimenti del Gruppo ex art 29, e dal suo assunto per cui l’impiego dei droni diventa problematico dal momento in cui il suo uso non tiene conto della invasività che questo tipo di tecnologia è in grado di dispiegare, si è presa coscienza della necessità di un coordinamento normativo in grado di regolamentare i vari aspetti legati all’utilizzo di questi strumenti.

droni e privacy e sicurezza

Gli aspetti più delicati su cui soffermarsi, naturalmente, riguardano la “catena di responsabilità nell’utilizzo dei droni, al fine di esplicitare chi è l’autore delle riprese, per quali fini agisce, quali sono le precauzioni adottate per garantire la riservatezza e quali le misure di sicurezza da adottare”.

Un altro aspetto di non poco conto riguarda l’ipotesi in cui i droni vengano utilizzati per fini commerciali da imprese che offrono servizi in “outsourcing” ad altri soggetti, che diventano di fatto i veri titolari del trattamento, ma che non sempre hanno piena consapevolezza delle responsabilità derivanti.

Altri rischi sono legati infine alla peculiarità dei droni, che consentono di effettuare riprese (e quindi elaborare dati attraverso immagini) senza che i soggetti ripresi ne abbiano percezione, e quindi con un rischio abbastanza elevato di dare vita ad una raccolta massiva di dati personali.

Per quanto riguarda la legislazione nazionale, abbiamo già parlato delle autorizzazioni speciali da richiedere alle Autorità di Aviazione,  e della presenza di criteri finalizzati a ridurre l’acquisizione di dati personali non rilevanti o inutili. Un altro aspetto da prendere in considerazione riguarda l’informazione da rendere ai soggetti interessati della elaborazione effettuata; è necessario, inoltre, per chi acquisisce dati e immagini, adottare tutte le opportune misure di sicurezza e cancellare o anonimizzare i dati personali che non sono strettamente necessari.

Dall’altro lato della “barricata”, quello degli utenti, occorre prevedere una raccomandazione specifica ai produttori di droni affinché gli imballaggi contengano istruzioni per l’uso che sensibilizzino sulla potenzialità di intrusione e quindi sui rischi che tali tecnologie hanno e che espliciti chiaramente in quali casi sia consentito il loro impiego.

Veniamo ora alla posizione del Garante italiano per la privacy. Il Garante ha infatti recentemente rilasciato una infografica ad hoc sull’argomento, dal titolo “Consigli per rispettare la privacy se si usa un drone a fini ricreativi”.

Con questo documento s stabilisce, finalmente, che l’utilizzo dei droni per scopi ricreativi è consentito, purché avvenga nel rispetto dei principi previsti dalla normativa sul trattamento dei dati personali, oltre che dalle regole previste e disposte dall’ENAC, in materia di pilotaggio da remoto dei sistemi aeromobili.

Allo stesso tempo, nell’infografica, si richiamano esplicitamente i principi di privacy by design e privacy by default (quest’ultimo da intendere come “misure di natura tecnico-organizzativa finalizzate ad assicurare che il trattamento dei dati sia circoscritto solo a quelli necessari per raggiungere le finalità collegate all’utilizzo dei droni”).

Ma c’è di più. Esiste, infatti, una sentenza della Corte di Cassazione (n.47165/2010) che stabilisce che una normale ripresa in un ambiente esterno può diventare illecita quando si adottano sistemi per superare i normali ostacoli che quotidianamente ci impediscono di intrometterci nella vita privata altrui.

Nel caso preso in esame dalla Corte, una coppia era finita sotto processo e condannata (sia in primo grado sia in appello) per interferenze illecite nella vita privata (art. 615 bis c.p.), dal momento che aveva effettuato alcune riprese con una telecamera aerea alle figlie dei vicini di casa mentre giocavano nel giardino confinante. La Cassazione ha dato ragione alla coppia “filmante”: i due coniugi avevano sostenuto la propria difesa fondandola sul fatto che “le scene captate erano agevolmente percepibili a occhio nudo, non esistendo ostacoli fisici alla visione del giardino confinante da parte dell’abitazione degli stessi”.

La Cassazione ha chiarito che questo elemento (l’insussistenza di ostacoli) può escludere l’integrazione del reato punito dall’art. 615 bis c.p. Per verificare se un ripresa è lecita o meno, insomma, scrive la Corte, è necessario bilanciare l’esigenza di riservatezza con la naturale compressione del diritto imposta dalla “situazione di fatto”, o ancora dalla tacita rinuncia al diritto stesso, come accade nel caso di qualsiasi persona che, pur fruendo o trovandosi su un sito privato, sia in una posizione visibile da una pluralità di soggetti”.

Cercando di “tornare sulla terra”, la Corte porta come esempio quello di un balcone visibile dalla pubblica via: un luogo privato, ma dal quale le azioni che metto in atto, sono visibili a tutti, in un determinato raggio visivo.

A voler trovare una quadra, insomma, la discriminante per distinguere tra riprese lecite e illecite consiste negli accorgimenti utilizzati per effettuare le riprese: se la ripresa ha richiesto il superamento di “barriere” e ostacoli, oppure se queste sono avvenute in maniera “semplice”.

Va infine osservato che, in precedenza, la Corte di Cassazione (sent. n. 40577/2008) aveva affermato che “la ripresa fotografica da parte di terzi lede la riservatezza della vita privata ed integra il reato di cui all’art. 615-bis, cod. pen., sempre che vengano ripresi comportamenti sottratti alla normale osservazione dall’esterno, essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ad estranei.

Ne consegue che se l’azione, pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata senza ricorrere a particolari accorgimenti, il titolare del domicilio non può vantare alcuna pretesa al rispetto della riservatezza” (Cass. Pen. Sez. V n. 40577/2008).