Droni e privacy. Chi ci tutela e come.

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Un viaggio “aereo” in due puntate

Sono finiti di nuovo sui grandi schermi di tutto il mondo, quelli di Drone Arezzo, azienda toscana che sta diventando famosa in tutto il pianeta per le riprese effettuate dai suoi droni e la qualità delle immagini aeree che riesce a fornire.

Se in questi giorni esce nelle sale il terzo e ultimo capitolo della trilogia di Sydney Sibilia “Smetto quando voglio ad honorem”, voci di corridoio già parlano di un prossimo progetto con la star americana Samuel L. Jackson. «Tutte le immagini aeree presenti in “Smetto quando voglio” sono state girate da noi», ha spiegato David Mariottini, amministratore della società. «Lavorare per il cinema richiede una preparazione molto accurata della strumentazione.

droni e privacy come siamo tutelati

Infatti a differenza dei sistemi tradizionali utilizzati per televisione e documentari, nel cinema gli standard di qualità richiesti sono altissimi, per permettere poi in fase di montaggio una maggiore possibilità di color correction e di inserimento di effetti speciali.

Questo significa un notevole aumento del peso degli strumenti da mettere in volo, con un consistente aumento dei costi a cominciare dalla ricerca per la messa a punto di un funzionamento ottimale».

Quello della costruzione ma anche della messa in funzione dei droni è un ambito in forte sviluppo negli ultimi anni, anche per i molteplici utilizzi che si fanno di questo genere di macchine. Quello che è comunemente noto come “drone” è in realtà un “aeromobile a pilotaggio remoto” (APR), ovvero un veivolo caratterizzato dall’assenza del pilota umano. O meglio, dall’assenza del pilota umano a bordo.

Il suo volo è infatti controllato da un computer, che a sua volta  sotto il controllo remoto di un navigatore o pilota, che si trova sul terreno o in un altro veicolo. Il termine aeromobile sottolinea che, indipendentemente dalla posizione del pilota o dell’equipaggio di volo, le operazioni devono rispettare le regole e procedure degli aerei con pilota ed equipaggio di volo a bordo.

L’utilizzo del drone, dicevamo, è consolidato da anni per usi militari, ma è crescente anche per applicazioni civili: pensiamo per esempio alle operazioni di prevenzione e intervento in emergenza incendi, oppure ai generici usi di sicurezza, come quelli per la sorveglianza di oleodotti, o ancora alle finalità di telerilevamento e ricerca.

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In generale, si tratta di quei casi in cui, come si dice mutuando il linguaggio anglosassone, questi sistemi possono consentire l’esecuzione di missioni “noiose, sporche e pericolose” (dull, dirty and dangerous), spesso con costi minori rispetto ai velivoli tradizionali. È anche vero che oggi chiunque può acquistare un drone: ci sono migliaia di appassionati in tutte le città del nostro paese che comprano e mettono in volo un veivolo, registrano immagini di paesaggi mozzafiato, partite di calcio, auto e motociclette che sfrecciano e chi più ne ha più ne metta.

Già, perché nella stragrande maggioranza dei casi (come visto per quanto riguarda il cinema), a queste macchine volanti ne sono associate delle altre capaci di effettuare riprese e registrare immagini di grande qualità.

A questo punto è lecito chiedersi: esiste una regolamentazione per questo tipo di immagini? Chi tutela, e come, la privacy dei soggetti (e anche degli oggetti) interessati da queste riprese?

A luglio del 2015, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) ha introdotto la seconda versione del regolamento per gli aeromobili a pilotaggio remoto (APR), entrata poi in vigore il successivo settembre. Il regolamento definisce le modalità consentite per l’utilizzo dei droni in commercio, classificandoli in due categorie, e regolamentandoli sulla base del loro peso: superiori o inferiori ai venticinque chili; per i primi, è necessaria la richiesta all’ENAC di autorizzazione al volo, per i secondi sono presenti alcune esenzioni. Ma quanto in alto (anzi in basso) deve volare un drone per essere considerato un rischio per la privacy dei cittadini?

Nella normativa esiste un punto a riguardo, ed è il cosiddetto divieto di sorvolo di aree congestionate, di assembramenti di persone, di agglomerati urbani e di infrastrutture sensibili, in quanto tali operazioni sono considerate “critiche”. Il regolamento, tra l’altro, definisce un tipo specifico di APR destinato esclusivamente all’utilizzo per scopi ricreativi e sportivi: il cosiddetto aeromodello.

Con l’articolo 35 si stabilisce che il loro utilizzo è consentito fino a un’altezza massima di settanta metri e a un raggio massimo di duecento. Il pilota deve inoltre “mantenere il contatto visivo con l’aeromodello in maniera continuativa”, “le aree scelte devono essere poco popolate e sufficientemente lontane da edifici, da infrastrutture e da installazioni”. Il regolamento dell’ENAC, però, non fa riferimento a sanzioni per quanto riguarda le violazioni della privacy, rimandando al Codice per la protezione dei dati personali.

Facciamo un salto a questo punto dall’altra parte del mondo. Stati Uniti, 2015. Brian Bates, cittadino di Oklahoma City, finisce nella bufera per aver girato tramite drone, e poi caricato sul proprio sito internet, il video di una prostituta e un suo cliente.

La registrazione conduce alla condanna della prostituta, che successivamente confesserà la propria colpevolezza. Nel corso del processo, Bates si è detto convinto di non aver violato alcuna legge, rivendicando il proprio ruolo di “drone vigilantes”. Ma è giusto che, in casi come questo, i cittadini si sostituiscano allo Stato? È accettabile che, al di là del caso specifico e della violazione della legge, ognuno di noi possa essere filmato in un qualsiasi momento della propria vita, per poi magari rivedere il proprio volto diffuso sul web?

Secondo alcuni tecnici, una soluzione auspicabile (a monte del problema) potrebbe essere quella di implementare il concetto di privacy by design.

Si tratta di un approccio di tipo pro-attivo, che richiede accorgimenti per la protezione della privacy sin dalla fase di progettazione del drone. In concreto, tutto ciò si traduce in algoritmi che filtrano le immagini riprese dalla videocamera.

Gli algoritmi di riconoscimento facciale, è noto, hanno raggiunto risultati eccellenti nel riconoscimento di volti da foto online, come è evidente il lavoro negli ultimi anni fatto da colossi multinazionali come Google e Facebook.

Bisogna però fare una distinzione: in questo caso, l’algoritmo non deve identificare il volto, bensì la sola presenza di un essere umano, per rendere eventualmente impossibile il salvataggio del filmato originario.