Home Editoriali E’ incomprensibile scendere a compromessi nelle situazioni essenziali

E’ incomprensibile scendere a compromessi nelle situazioni essenziali

50

Quando la coerenza ignora la storia

Esistono, a mio sommesso avviso, alcuni punti focali per stabilire i valori intimi di ciascuno; è necessario connotarne pesi e misure, altrimenti l’immagine, di noi stessi, che si rifletterà allo specchio della coscienza, sarà solo ed esclusivamente corroborata dalla convenienza di scelte.
Apprezzare ciò che si è cercato di raggiungere, in una fase precedente, mettendoci impegno e “faccia”, può essere spazzato via in pochi istanti.

Siamo un Paese strano e, evidentemente, dalle “nostre” parti lo siamo ancora maggiormente.
Chi valuta ciò che è “esclusivamente” utilizzabile per raggiungere uno scopo, non può essere considerato un affidabile punto di riferimento; non è possibile distinguere il mero utilitarismo, da una posizione di ideologia delle convinzioni cui ci si è ispirati. I fatti, è evidente, smentiscono tali principi; siamo, ormai, nel campo delle chimere dei cardini esistenziali.

La verità, la bellezza l’utilità

Attrarre il prossimo, moralmente, in inganno non è un affare appannaggio solo di “ultime” generazioni; gli ambiti interessati sono smisurati. Dalle opinioni, artatamente indirizzate, su un libro o un film, ad un’influenza, obiettivamente inspiegabile, su una moda o un atteggiamento. Non si sono specificità, non esistono limitazioni.

Il problema, tuttavia, si appalesa, in tutta la propria criticità, quando la verità viene contrabbandata con un intento alterato; quando la bellezza viene manipolata da artifici innaturali e quando l’utilità viene mascherata da “improbabili folgorazioni” di scienza relativa all’argomento.

Resta, inconfutabile, per chi non è aduso a guardare dove indica la punta del dito, come determinate scelte siano da annoverare tra i più  “malinconici”  esaurimenti dei temi, per l’interesse comune.Attendibilità, attrattiva, validità dovrebbero, tutte insieme, rappresentare un bagaglio di diligente uniformità, allo stato di fatti e cose.

Esiste, però, una variabile; una specie di scheggia impazzita: il nostro apparire perché non si è in grado di essere. A tal punto, ineluttabilmente, dimentichiamo qualunque appartenenza, ogni inerenza afferente a ciò che siamo stati; i freni inibitori vengono meno, in nome della più spudorata convenienza. A costo di rinnegare la storia.

L’elaborazione della falsità

Negare l’evidenza è la sola possibilità cui aggrapparsi; dall’ascoltare inni al disfacimento delle proprie origini, al sostenere che all’epoca imperavano altri interessi, è solo un giochetto che denota una mente attrezzata, inequivocabilmente, al raggiungimento di uno scopo personale. La gente non è stupida, in tanti non hanno ancora consegnato il cervello alla rottamazione e neppure hanno capitolato davanti a circostanze sfavorevoli; hanno mantenuto un contegno ed uno spirito di pertinenza.

Può accadere incontrarsi su un uno scambio di binari, che si sono percorsi parallelamente, ma non si può pensare di cambiare il corso degli eventi. Il Vesuvio è ancora lì che si staglia, in tutta la sua maestosità, sul golfo e noi siamo sempre qui ancora “sporchi”, perché il fuoco non ci ha lavati.

Ne siamo fieri, io almeno lo sono. E, ne sono certo, in tantissimi, come me, l’orgoglio di essere meridionali regna oltre ogni opportunità. Si sappia, non ci saranno prove di appello, ma è risaputo, la mia generazione ha sbagliato tutto. Tuttavia se nello sbagliare tutto ci sta anche l’avere una dignità, allora evviva la mia generazione.

Può restare solo un disappunto “personale”, ma tanto non cambia; era ampiamente anche previsto, alla luce del vissuto. I fatti sono incontestabili e ciascuno ha una propria storia; il resto, per dirla alla Totò (cioè nella lingua madre e non in quella di chi ci voleva “sterminati”), il resto sono quisquiglie e pinzillacchere.
Come ci rammenta Sciascia, resta inconfutabile una realtà: esistono uomini, mezz’uominiominicchi, piglia(omissis) e quaquaraquà.
Questa volta, con soddisfazione, non auguri a noi, ma a loro!

Raimondo Miele