Economia di stato e criptovalute. Alla ricerca di un equilibrio

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Paolo Savona è professore emerito di politica economica. È stato ministro dell’industria a inizio anni Novanta, durante il governo Ciampi; è stato membro del Comitato Ocse per la standardizzazione delle statistiche finanziarie, presidente del Consiglio tecnico scientifico della programmazione economica, e della Commissione per la riforma dei servizi di sicurezza in qualità di esperto in materie economiche.

Nelle scorse settimane ha scritto una importante analisi (pubblicata dal blog di analisi politiche ed economiche F!Formiche) sulle tematiche della sovranità monetaria nell’epoca delle criptovalute. Ci è sembrato interessante condividere alcune riflessioni.

L’analisi di Savona parte dal presupposto di un atteggiamento che definisce “retrotopico” della finanza mondiale, rispetto al superamento della crisi finanziaria iniziata negli Stati Uniti ma che ha poi coinvolto praticamente tutto il mondo. L’idea di molti analisti, economisti, ma anche governanti, è stata infatti quella di provare a superare la crisi attuando una politica monetaria e bancaria con l’intento di restaurare la stabilità economica del passato, senza fare troppo i conti con i nuovi scenari e i nuovi quadri di riferimento, all’interno dei quali, per esempio, il boom delle criptovalute è un elemento impossibile da trascurare o addirittura ignorare. “Se ci si sofferma su un piano generale – spiega Savona – le implicazioni di queste innovazioni sono numerose, ma una delle più insidiose riguarda la possibilità che, in assenza di una presa di posizione da parte delle autorità, la sovranità monetaria degli stati-nazione passi nelle mani di gruppi privati dominanti, con conseguenze sul sistema delle libertà e sul funzionamento dell’economia”.

Una pendenza, quindi, ulteriore, del peso del privato rispetto al pubblico, nella bilancia che regola il funzionamento delle economie mondiali? È difficile dirlo, ma è chiaro che una eventuale diffusione “quotidiana” e a tappeto delle criptovalute potrebbe comportare come conseguenza il fatto che non saranno più le banche centrali a fissare e gestire l’offerta monetaria, ma i grandi gruppi e le grandi società private. Il rischio, a quel punto, sarebbe la perdita totale di controllo sull’inflazione, oltre che le enormi difficoltà di intervento su pratiche criminali come il riciclaggio di denaro sporco.

Al momento, naturalmente, il rischio non sussiste, essendo le criptovalute diffuse in maniera minima rispetto alla moneta tradizionale: “Attualmente – continua il professor Savona – la quantità di criptovalute è modesta rispetto alla moneta tradizionale; finché questa condizione prevale, il loro prezzo crescerà, dando la sensazione ai possessori di un ottimo investimento, senza causare conseguenze percepibili sull’inflazione, ma solo sulla gestione dei portafogli dei risparmiatori che ne possiedono quantità rilevanti”. I problemi potrebbero arrivare quando cesserà la scarsità di moneta virtuale, e chi possiede Bitcoin in quantità o altre criptovalute potrebbe registrare delle perdite. Un esempio concreto sta nella grossa diminuzione di valore registrato di recente proprio dalla più famosa delle criptomonete, alla notizia del divieto di utilizzo di Bitcoin in tutto il paese da parte delle autorità cinesi.

Lo stesso Savona spiega però come l’atteggiamento che pretende di regolare o gestire il fenomeno attraverso l’istituzione di divieti e regolamenti sia estremamente sbagliato e non faccia i conti tanto con il presente quanto per il futuro. “Le limitazioni possono scoraggiare le persone ligie alla legge, ma non gli evasori fiscali o i criminali seriali, perché la blockchain è impenetrabile da esterni. La scienza insegna che una condizione resta immutata finché non ne subentra un’altra. Se i governi e le banche centrali non mettono a fuoco il problema e tardano nel prendere decisioni, la frittata sarà fatta, come accaduto per i derivati”.

Come organizzare allora una gestione “al passo coi tempi” del fenomeno? Come provare a non chiudere gli occhi davanti agli sviluppi delle tecno-economie senza però lasciare il terreno completamente libero alla speculazione, al rischio di una nuova e devastante crisi mondiale, o, nel caso specifico, alla cripto-criminalità? Una potenziale risposta arriva da una ricerca della Fondazione Cesifin, ed è la necessità di divisione del sistema dei pagamenti da quello del credito, sistemi oggi confusi nell’attività bancaria, con la conseguente creazione di instabilità monetaria e finanziaria: se la domanda di mezzi di pagamento alternativi si confonde con l’accumulazione di risparmio reale, infatti, il rischio a cui viene esposta la moneta concedendo un credito va in violazione del fondamento secondo cui “i mezzi di pagamento debbano essere non rischiosi e non remunerati”. È proprio il fatto, secondo la ricerca Cesifin, che i depositi a vista possano creare “rendimento” a causare confusione tra le due attività: quella di “mezzo di scambio” e quella di “serbatoio di valori”.  Il sistema di assicurazione depositi, soprattutto come regolato dall’Unione Europea, non ha la forza infatti di proteggere i possessori di moneta bancaria e se questo compito rimane a solo carico delle banche, rischia di innescare una reazione di crisi a catena, nel momento in cui una sola banca o un solo istituto vi entri. Come agire, quindi? Vi sono alcuni stati, come l’Estonia, che hanno deciso non di vietare, ma di gestire la moneta telematica attraverso la tecnologia del blockchain. Nel paese baltico è accaduto come reazione all’iniziativa, presa già nel 2015, da una banca locale (la LHV Bank di Tallin), che ha cominciato a emettere certificati di deposito basati sul sistema blockchain, per un valore fino a centomila euro. Una pratica che potrebbe presto diffondersi promossa da tanti istituti bancari, e per gestire la quale i singoli stati dovranno farsi trovare preparati.