Economia e tecnologia. La blockchain a difesa dei mutui sulla casa

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Molti analisti internazionali identificano nella cartolarizzazione dei mutui Subprime l’origine della più grande crisi economica mondiale dai tempi di quella del ’29. Parliamo della crisi del 2008, che ancora oggi tante economie mondiali (non ultima quella italiana) pagano e che portò il sistema finanziario mondiale sull’orlo del baratro.

Facciamo un piccolo passo indietro, più o meno agli ultimi mesi del 2006. Uno dei business più in voga per gli investitori e gli speculatori di quel periodo, era appunto la cartolarizzazione dei cosiddetti Subprime, mutui concessi a soggetti che non possono accedere ai tassi di interesse di mercato, trovandosi in situazioni di difficoltà dovute essenzialmente a problemi pregressi nella propria storia di debitore.

All’origine della crisi, vi fu un processo che in inglese viene chiamato di “securitisation”, ovvero l’impacchettamento di prestiti immobiliari effettuati dalle banche in forma di titoli obbligazionari, poi immessi sul mercato (i cosiddetti Asset Backed Securities). All’interno di questi titoli, finirono anche le Mortgage Backed Securities, ovvero quei prodotti finanziari garantiti proprio dai mutui che centinaia di migliaia di risparmiatori avevano sulla propria casa. In questo modo, le banche credevano di aver trasferito il fardello dei rischi dei propri prestiti su altre istituzioni finanziarie, senza che queste ne fossero al corrente.

Quando però, nei primi mesi del 2007, molti possessori dei mutui divennero insolventi a causa dell’innalzamento dei tassi di interesse, scoppiò la crisi. La reazione a catena diventò inarrestabile, scaricandosi su decine di istituzioni economiche e banche d’affari. Nel settembre del 2008 il colosso Lehman Brothers dichiara la bancarotta; nello stesso anno Goldman Sachs e Morgan Stanley ridimensionano, tornando a essere delle banche “normali”. Il crollo delle borse arriva a coinvolgere i mercati di tutto il mondo.

Ecco che torniamo ai nostri giorni. Sono passati dieci anni e il business dei mutui Subprime, diventato col tempo uno spauracchio di tutte le economie internazionali, sembrava essere solo un ricordo del passato. Le migliaia di miliardi di dollari a esso riconducibili circolano oggi attraverso altri canali, ma all’improvviso sembra che il giro di affari stia prendendo nuova consistenza, anche grazie a una nuova tecnologia di cui sentiamo parlare quotidianamente. Parliamo della cosiddetta blockchain, la tecnologia distribuita che ha reso possibile la diffusione e lo sviluppo, su scala internazionale, del Bitcoin e delle altre criptovalute.

La blockchain, ormai è noto, è un sistema che registra e archivia tutte le transazioni che avvengono in rete, eliminando la necessità di terze parti che possano svolgere il ruolo di “garante”. Naturalmente una regolamentazione esiste, e ogni nodo del network mantiene un ruolo specifico nella verifica delle informazioni, inviandole al successivo in una catena composta da blocchi (da qui il nome: blockchain). Resta però il fatto che si tratta di un sistema in cui l’idea del “controllo” è molto limitata, e che potrebbe far gola agli squali della finanza internazionale.

È accaduto che un consorzio di grandi banche provenienti da tutto il mondo, come Credit Suisse e Wells Fargo, oppure Western Asset Management e Us Bancorp, ha cominciato a lavorare per utilizzare la tecnologia blockchain al fine di gestire le cartolarizzazioni dei prestiti. David Rutter, amministratore delegato di R3, la startup che ha messo il proprio lavoro di ricerca tecnologica a servizio dell’operazione, spiega di cosa stiamo parlando: “Si tratta di una operazione complessa che coinvolge una moltitudine di attori diversi con montagne di dati e di documenti”. Un compito difficile da gestire, ma al cui caso sembra fare proprio una tecnologia distribuita di questo tipo.

Se usata correttamente, infatti, la blockchain avrebbe potuto evitare gli eccessi che poi hanno portato alla crisi, la quale, forse, non sarebbe mai scoppiata. È anche vero che spesso gli interessi del potere economico vanno in altre direzioni rispetto alla tutela del consumatore o, in questo caso, dell’investitore, e una tecnologia del genere potrebbe assumere delle distorsioni, amplificabili dalla difficoltà nelle operazioni di controllo.

Certo è che la fase di sperimentazione è iniziata da poco, e bisognerà lavorare anche su standard di utilizzo internazionali condivisi, e su modelli normativi e regolamentazioni. Ancora: sarà necessario sviluppare il sistema di validazioni distribuito, e provare a utilizzare gli strumenti tecnologici per i cosiddetti “contratti intelligenti” oltre che per monitorare le singole componenti dei titoli e soprattutto valutare in maniera tracciabile e trasparente le transazioni.

Fatto sta che gli esperti sembrano guardare con ottimismo al futuro, enfatizzando più gli aspetti positivi dell’operazione, che quelli negativi.