Elezioni e fake news, nasce il Red Button. Prevenzione o rischio censura?

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A pochi giorni dalla fine dello scorso anno, il sito Wired ha pubblicato una classifica delle dieci bufale più clamorose pubblicate su internet nei trecentosessantacinque giorni precedenti.

Ce ne sono di tutti i tipi, da presunte future Apocalissi fino ai complotti sullo zucchero di canna; dalle danze funerarie dei tacchini alle decine di teorie riguardanti le scie chimiche; dai buchi neri sul sole alle caramelle avvelenate. Se è vero che gli utenti, col passare del tempo, stanno cominciando ad acquisire consapevolezza rispetto alle notizie che si trovano davanti e alle fonti dalle quali provengono, è anche vero che il flusso incontrollato di notizie e di link, che circolano soprattutto via social network, trasforma i navigatori meno attenti, o anche meno colti, o in generale meno predisposti a distinguere tra una notizia più o meno plausibile, in una facile preda di questa jungla di presunta informazione. È chiaro che alle spalle di siti che sfornano quotidianamente decine di fake news vi sono – come sempre – intenti economici: centinaia di migliaia di click quotidiani si trasformano infatti abbastanza facilmente in introiti in denaro, sfruttando i canali pubblicitari e il circolo vizioso si autoalimenta nel momento in cui una “notizia” comincia a rimbalzare da un lato all’altro del web.

Se ci sono titoli o articoli che addirittura ci fanno sorridere, per la loro assurdità, ci sono anche bufale o fake news che possono risultare lesive per la reputazione di una persona, di un paese, di un gruppo etnico, di una minoranza di qualsiasi tipo, di chi ha gusti (da quelli sessuali a quelli alimentari) diversi da quelli della maggioranza. Alcune fake news possono condizionare l’opinione pubblica in determinati momenti storici, ne sono esempio le (false!) notizie sugli immigrati che guadagnerebbero trenta euro al giorno nei centri di accoglienza. A questo proposito vi sono diversi studi di alcune università inglesi che hanno indagato sulla relazione tra le fake news e i risultati (soprattutto nella provincia e nella campagna, dove il tasso di istruzione è più basso, e il condizionamento mediatico più alto) del recente referendum sulla Brexit, in Gran Bretagna.

Ora, però, si pone un quesito “etico”. Al netto del “potenziale lesivo” di una certa notizia, quando questa discrimina, insulta, offende apertamente qualcuno o qualcosa, chi ha l’autorità per bloccare la libera informazione, intervenendo a censurare o limitare il flusso di notizie, pur clamorosamente tendenziose o false? Il dibattito si è riacceso pesantemente nel nostro paese quando, probabilmente in vista delle prossime elezioni di marzo, la polizia di stato ha diffuso un comunicato in cui annuncia l’attivazione di un Red Button sul proprio sito, che attiverà segnalazioni da parte degli utenti e successive indagini da parte delle forze dell’ordine, con l’intento di verificare “per quanto possibile, l’informazione” e indirizzare successivamente un intervento “alle notizie manifestamente infondate o apertamente diffamatorie”. A quel punto entrerà in azione il gruppo di esperti CNAIPIC (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche), che analizzerà la segnalazione sfruttando un apparato di “tecniche e software specifici”. L’intento, specifica la polizia, è evitare che le fake news possano “destare allarme sociale” e arginare chi “al solo scopo di condizionare l’opinione pubblica, orientandone tendenziosamente il pensiero e le scelte, elabora e rende virali notizie destituite di ogni fondamento, relative a fatti o argomenti di pubblico interesse”.

Se anche con le migliori intenzioni, è chiaro che si tratta di un intervento duro, rivelatosi, in altri paesi in cui è stato adottato in precedenza, spesso un’anticamera della censura. Oggi si potrà intervenire solo su un certo tipo di notizie, ma domani? Saremo tutti sempre liberi di scrivere (pur prendendoci le nostre responsabilità legali) quello che ci pare, o la nostra libertà di espressione sarà messa a repentaglio? L’intervento, in questo caso, arriva a poche settimane dalle elezioni, anche, probabilmente, sulla scia di altre consultazioni elettorali (vedi quelle americane, che hanno portato all’elezione del presidente Trump) pesantemente condizionate da assurde campagne discriminatorie se non d’odio. C’è da chiedersi però se questo controllo inciderà su un momento politicamente particolarmente delicato per il paese, se dalle segnalazioni scaturiranno delle denunce per i cosiddetti “reati a mezzo stampa” (in questi casi, soprattutto “a mezzo social”), querele, diffamazioni, e così via.

È certo che in un momento come l’approssimarsi delle elezioni una iniziativa di questo genere rischia di creare un tutti contro tutti in cui si segnaleranno fake news, contenuti più o meno offensivi o lesivi della dignità o della privacy, rischiando di diventare una vera arma con cui portare avanti scontri politici che negli ultimi decenni si sono articolati – ahinoi – su gradini sempre più bassi. Vedremo se un provvedimento di questo genere risulterà alla fine veramente utile per combattere le fake news, fermo restando che l’“educazione digitale”, gli investimenti sulla cultura e sulla formazione (anche informatica) dei giovani, dovrebbero essere gli elementi necessari per dare alla cittadinanza futura gli strumenti per difendersi da quella jungla di cui si parlava prima, che rischia di essere col passare degli anni sempre più difficile da affrontare.