dignità e coscienza
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Un’inerzia inspiegabile

La dignità e la coscienza, sono prerogative necessarie nelle decisioni difficili, qualunque dovesse essere l’esito; evidentemente il disastro, sull’agire iniziale, ne ha determinato una miscela poco consona all’emergenza da affrontare.

Organizzazioni deputate a tutelare la salute, sono incappate in confusioni comunicative; la collaborazione istituzionale ha avuto più di qualche corto circuito; clima gestionale poco chiaro in un frangente che esigeva chiarezza.

Le solidità, tanto decantate, sono presto diventate fragilità decisionali e, quindi, il peso delle responsabilità è diventato oltremodo oneroso da gestire.

Nelle more di dirimenti scelte, ci si è affidati alla consapevolezza degli esperti ed alle cognizioni scientifiche di consulenti capaci.

A tal proposito, in maniera assai rabbiosa, è tornato alla mente come gli specializzandi italiani fossero al penultimo posto – solo la Grecia  segue – per gli emolumenti percepiti. Nell’intera Europa.

Proprio a tali figure sarebbe necessario affidare il futuro della Sanità eliminandone, senza alcun ripensamento, i connotati politici che oggi ne determinano nomi e posizioni.

Fretta e saggezza, un’accoppiata mai sinergica per la tutela di interessi

Eco affermava che la saggezza non sta nel distruggere gli idoli, ma nel non crearne mai.

In affetti, in alcune fasi dell’odierna realtà, sembra che gli attori fossero su un perenne palcoscenico; da mimo, da pagliaccio, da comparsa, da protagonista, da attore di spalla: nessuna importanza. Si cerca di parlare; ascoltare o forse semplicemente sentire; immedesimarsi, sovente solo per propagandismo; partecipare, ma l’impressione è di scarsa sincerità; interagire, con qualche evidente difficoltà.

Ma cosa alberga nelle mente di ciascuno dei protagonisti? Non si riesce a percepire rilevanti aspetti; impassibilità, sorrisi, stereotipati e convenzionali, che non trasmettono particolari stati d’animo. I soli, davvero coinvolti dal punto di vista emozionale, appaiono gli operatori; ciascuno di loro porta una testimonianza – anche silente – di partecipazione schietta, autentica, effettiva ed affettiva. Dietro quelle espressioni a nessuno è consentito scrutare; il viso sembra truccato e non importa se dentro è buio. La marcia deve continuare e il cammino non può essere interrotto.

Dall’altra parte della barricata, che per fortuna ancora regge, confusioni, liti, strategie autonome, aspetti, che dovrebbero essere affrontati con comunità di intenti, sostenuti da visioni personali a seconda di valutazioni momentanee. Quando tutto sarà superato – o almeno arginato – qualche “cupio dissolvi” sarebbe auspicabile; al netto di idolatrie senza alcun senso.

Un  fondamentale riparo

Da un punto vista strettamente organizzativo, l’aspetto della solidarietà ha dato risultati confortanti e reali. Adesso, però, deve essere collocato in una prospettiva, necessariamente di collaborazione, con le sinergie appartenenti all’azione pubblica. Nell’accezione più ampia del termine.

Un recente studio ha evidenziato che nei paesi dell’Unione Europea 140 milioni di persone svolgono una qualche attività gratuita nel corso dell’anno, concentrando tale impegno nel settore del non profit consentendo, così, di espandersi anche da un punto di vista quantitativo in nazioni come la nostra.

Il motivo sta tutto nel fatto che se, in generale, il fenomeno si attua con l’inizio degli anni novanta, nel nostro Paese, grazie soprattutto alla cultura cattolica, la manifestazione della carità verso il prossimo ha origini assai antiche.

In effetti, fin da tempi assai remoti, la realtà cristiana si basa su riscontri gratuiti e associativi che sfociano nello “ius hospitalitatis”, in ossequio del quale ogni cittadino federato aveva il diritto di essere accolto e rispettato.

Sarebbero seguiti, a ruota, lo “ius commercii”,  in base al quale  ogni abitante federato poteva commerciare liberamente avendo facoltà di possesso in ciascuna città federata, come  fosse la propria; lo “ius connubi”, per cui  ogni cittadino associato  poteva contrarre matrimonio con qualunque donna della federazione e, al pari,  rivendicare la paternità dei propri figli e, infine, lo “ius reciperationis ”, che si manifestava  qualora un cittadino federato vedeva lesi i propri diritti, poteva implorare  future tutele.

Tutto ciò, nell’evoluzione, porta alla attuale carità nei confronti degli ultimi e dei bisognosi. Il mutuo soccorso e il volontariato non si discostano dalle ideologie che contraddistinguono quanto detto.

La carità non è mai superflua e sarà sempre necessaria, mai nessuna legge dello Stato potrà rendere superflua tale opera e, quindi, la stessa idea dell’opera di volontariato rende evidente come tale fenomeno sia ritenuto fonte di strutture emergenziali.

Esigenza di semplicità

Raramente è considerato, quasi mai valutato, per nulla stimato; eppure esiste un comportamento chiamato “Umiltà”. Essere consapevoli delle proprie cognizioni ed evitare di essere coinvolti, e travolti, da risentimenti e reazioni insensate, consentirebbe attingere a risorse attive invece di escludenti interrelazioni.  Quanto ci viene – pressoché continuamente – propinato non potrà mai funzionare come fenomeno di aggregazione.

Eppure, in qualunque tipologia di emergenze collettive – sociali, sanitarie, economiche –  la primaria necessità è la condivisione, per mettere in atto un collante indispensabile a combattere le urgenze.

Dunque, una riconsiderazione dell’Umiltà non sarebbe un auspicio azzardato. In ogni settore; non abbiamo bisogni di giudici, intolleranti, razzisti, incompetenti e coltivatori di asti. Siamo tutti nella stessa barca.

Mariano Santillo