europa e usa guerra sul privacy shield
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L’accordo sullo scambio transoceanico dei dati personali rischia di saltare, per la poca attenzione alla questione e le mancanze dell’amministrazione Trump.

Che non ha dubbi sullo schierarsi dalla parte delle grandi aziende piuttosto che da quello dei loro utenti e della loro privacy.

Non bastano, sul fronte internazionale, le tensioni con l’Iran, o le polemiche per gli ambigui rapporti con la Russia di Putin; non bastano gli effetti disastrosi che potrebbe avere sull’economia del paese l’aumento dei dazi per i prodotti importati dalla Cina; ecco che arriva una nuova grana per l’amministrazione Trump, questa volta alle prese con un duro faccia a faccia con l’Unione Europea, su questioni relative alla privacy.

A rischio il Privacy Shield

La Commissione Europea punta infatti il dito contro gli Stati Uniti, e contro i ritardi accumulati nell’implementazione del Privacy Shield, l’accordo che regolerebbe lo scambio di dati personali a scopo commerciale tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Un accordo che rischia di saltare dopo l’ultimatum dato dall’Europa a Trump, come ha spiegato il Commissario alla giustizia Vera Jourova, in una lettera indirizzata al Segretario al commercio americano Wilbul Ross.

Washington, si apprende, non avrebbe ancora nemmeno nominato il funzionario che dovrebbe avere i compito di vigilare sugli adempimenti del Privacy Shield. Un ritardo che l’Unione non ritiene ulteriormente tollerabile.

L’intesa del 2016 e gli scetticismi di Trump

L’accordo tra Europa e Stati Uniti permetterebbe, se ratificato, a oltre tremila aziende di trasferire i dati dei loro utenti (incluse foto, indirizzi mail, e informazioni personali) dall’altra parte dell’oceano.

Concordato nel 2016, dopo che il precedente “Safe Harbor” era stato invalidato dalla Corte di Giustizia Europea a causa di controlli decisamente blandi, ora potrebbe saltare anche in questa nuova versione, proprio a causa dei paletti che l’UE intende imporre.

Lo scetticismo di Trump per l’attenzione riservata dall’Unione Europea ai temi della privacy e della tutela dei dati personali, è cosa nota. Come è facile pensare dove il presidente americano intenda posizionarsi in una querelle in cui si mettono sul piatto della bilancia gli enormi interessi di grandi aziende e la tutela della riservatezza di semplici cittadini.

L’attenzione per la privacy è considerata dall’amministrazione statunitense un vincolo futile rispetto al business dei “grandi del web” e lo stesso Ross non ha mancato di attaccare, in più occasioni, quella “rigidità” europea che a suo avviso “ostacolerebbe l’attività delle imprese americane”.

L’Europa non sta a guardare

L’Europa, però, non sembra avere intenzione di fare passi indietro. La commissaria Jourova ha chiesto all’amministrazione americana, a pochi giorni dalla visita del Segretario al commercio a Bruxelles, come mai non ci si fosse attivati nemmeno per nominare la persona che avrebbe dovuto gestire le evoluzioni di questo processo. «Non capiamo – ha specificato – quale possa essere il motivo del ritardo».

Nel frattempo, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che chiede alla Commissione di invalidare il Privacy Shield fino alla completa compliance da parte degli Stati Uniti. «Lo scudo – ha spiegato Claude Moraes, presidente del Civil Liberties Committee dell’Europarlamento – allo stato attuale non fornisce garanzie di protezione in linea con le nuove normative europee». Di conseguenza (è questo il succo del messaggio) a queste condizioni l’intero accordo non ha ragion d’essere.

I risvolti di Cambridge Analytica

Già lo scorso anno, d’altronde, la Commissione aveva approvato con riserva la revisione del Privacy Shield, sentenziando la necessità di un miglioramento dello scudo. «I trasferimenti transatlantici di dati sono vitali per la nostra economia – spiegava all’epoca Vera Jourova – ma allo stesso modo è necessario proteggere il diritto alla privacy anche in uscita dall’Ue».

In mezzo, tra quelle dichiarazioni e le tensioni attuali, c’è stato il caso Facebook-Cambridge Analytica, un evento non da poco, capace di sbilanciare le prospettive di un accordo nato già con presupposti fallimentari. «Al momento – ha spiegato la commissaria alla giustizia – non abbiamo intenzione di sospendere l’intesa, ma gli Stati Uniti ci dimostrino che il suo miglioramento è una priorità».

L’obiettivo è che proprio scandali come quello che ha coinvolto la multinazionale social nel caso Analytica, possano non ripetersi più grazie a una regolamentazione più dettagliata ed efficace, e allo stesso tempo che l’intesa sullo scudo possa trainare gli Stati Uniti verso ulteriori provvedimenti concreti sul tema privacy.

I miei genitori mi diedero due nomi, Giovanni e Luca: idea elegante, ma poco pratica. Per fortuna, rimediarono soprannominandomi in modo più semplice Gianluca. Ho 38 anni e sono un ragazzo della provincia: Palma Campania, precisamente; scoprire dove si trovi è una sfida avvincente. La mia attività principale è subire le conseguenze dell'essermi abilitato giornalista professionista. Dopo aver maturato alcune esperienze in redazioni radio e TV, oggi scrivo di spettacoli, televisione e teatro principalmente, sebbene ami molto di più il cinema: l'importante nella vita è fare scelte coerenti. Per PSB Privacy e Sicurezza, mi occupo di tecnologia e video game, mantenendo l'obiettivo di informare e, nel contempo, aprire una finestra di aria fresca e leggera sulle notizie.