facebook e la vicenda sulla sicurezza dei dati
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Dopo lo scandalo di Facebook e il caso Cambridge Analytica, il popolare Social Network di Mark Zuckerberg continua a far parlare di sé. Da quanto emerge infatti, la piattaforma Cubeyou con sedi a New York e a Milano, avrebbe utilizzato dei questionari attraverso Facebook per finalità di mercato.

La società aveva affermato di svolgere ricerche accademiche non profit con i questionari, tra i quali ricordiamo “You Are What You Like”.

Sotto direzione di Mark Zuckerberg, l’app è stata sospesa e non è possibile più accedervi né compilare sondaggi della società su Facebook. Cubeyou avrebbe quindi probabilmente fornito dati agli inserzionisti che vogliono raggiungere un certo tipo di utenti. Ciò è in contrasto con ciò che era sancito negli accordi per la privacy fatti leggere e accettare dagli ignari utenti.

La sospensione delle operazioni dell’azienda italiana sul social network è stata il frutto di un’indagine della Cnbc, canale connazionale della CubeYou stessa. L’indagine ha portato alla luce anche una rete di applicazioni identiche con nomi diversi, prodotte dalla CubeYou e sempre atte alla raccolta di informazioni per utilizzo commerciale. Tra queste ultime ricordiamo “Apply Magic Sauce

A detta dell’italiano fondatore di Cubeyou, Federico Treu, la collaborazione fra la società stessa e l’università di Cambridge per ricerche accademiche sarebbe durata solo dal dicembre 2013 al maggio 2015. In seguito a quella data l’app non avrebbe avuto pertanto alcun potere sulle informazioni rilasciate dagli utenti nei quiz su Facebook.

Secondo scandalo in pochi mesi per Mark Zuckerberg.

I riflettori al momento sono ovviamente sullo scandalo di Facebook, il quale, a detta di Brittany Kaiser, ex direttrice di Cambridge Analytica, dovrebbe pagare due miliardi di utenti registrati alla piattaforma per il possesso dei loro dati. Una decisione verrà presa solo in seguito al discorso del trentatreenne Mark Zuckerberg, che proprio in questi giorni dovrà presentarsi al Congresso Usa. Sarà in quest’occasione che si dovrà discutere la fuga di dati personali degli utenti registrati al suo social network: in Italia al momento si contano ben 214.134 utenti le cui informazioni sono state diffuse senza consenso.

Ad aggiungersi agli 87 milioni di utenti, sparsi per il mondo, coinvolti nel caso Cambridge Analytica ne sono stimati ora altri 10 milioni aggirati dalle app di Cubeyou.

Contemporaneamente Facebook sta iniziando ad avvertire gli utenti interessati nello scandalo di Cambridge Analytica, con annesse spiegazioni relative alla fuoriuscita non autorizzata di dati sensibili. Non manca un’ammissione di colpa del CEO di Facebook che ha ribadito anche in alcuni post sul suo social “it was my fault”, ovvero “è stata colpa mia”.

Comincia pertanto ad avanzare l’ipotesi che lo scandalo Cambridge Analytica non fosse un caso isolato, quanto piuttosto una parte di una premeditata gestione illecita delle informazioni personali degli utenti registrati a Facebook fino ad oggi.

Non è difficile immaginare che le politiche dei Social Network in generale, e non solo di Facebook, tendano a sorvolare su comportamenti del genere. Ciò insinua il dubbio che dati sensibili possano non essere al sicuro ad oggi anche tra le mani di colossi come Twitter o Instagram.

La sicurezza va ricercata, richiesta e tutelata. Anche dall’utente.

Innegabile che Facebook, Google e Amazon abbiano costruito ad oggi ricchi monopoli digitali, potendo contare su un’influenza mediatica e informatica impossibile da trascurare. Altresì la colpa non è unicamente attribuibile ai giganti informatici che posseggono i nostri dati, poiché è dovere morale del cittadino esercitare i suoi diritti anche a tutela della sua privacy.

Analizzando infatti l’articolo 7 del codice in materia di protezione dei dati personali, appare chiaro fin dalle prime righe che “L’interessato ha diritto di ottenere la conferma dell’esistenza o meno di dati personali che lo riguardano” nonché di “ottenere l’indicazione […] delle finalità e modalità del trattamento”.

Appare chiaro quindi ora per quale motivo lo scandalo dei dati posseduti senza consenso da Facebook e aziende di terzi sia da ritenersi non solo immorale, come alcune persone lo stanno etichettando, ma a tutti gli effetti illegale, poiché viola un diritto dei cittadini.

Ciò nonostante, di fronte a questi eventi non possiamo ignorare quanto attuale sia la considerazione di Sigmund Freud contestualizzata ai giorni nostri: “L’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità con un po’ di sicurezza”.

Quest’ultima sempre più trascurata in favore della visibilità e della fama fugace che è propria delle celebrità 2.0 di questi anni, in un’apparente felicità informatica che crediamo di possedere.