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Gli investigatori ipotizzano che la società di Zuckerberg abbia organizzato un vero e proprio sistema per versare le tasse sulle pubblicità in paesi che prevedono obblighi minori. Dopo Google e Amazon, l’Agenzia delle Entrate si appresta a trovare un accordo anche con la dirigenza del social americano.

Arriverebbe a quasi trecento milioni di euro l’evasione fiscale che la Guardia di finanza di Milano ha contestato agli amministratori del social più famoso del mondo, che avrebbero versato gli introiti frutto della vendita di spazi pubblicitari in altri paesi con una tassazione meno pesante rispetto alla nostra. L’illecito riguarderebbe le annualità comprese tra il 2010 e il 2016, su un’asse Stati Uniti-Italia-Irlanda (le società coinvolte sono Facebook Italy, Facebook Ireland e la “casa madre” Facebook Inc.), per una cifra di 296,7 milioni di euro.

La frode internazionale e le indagini italiane

Le indagini delle Fiamme Gialle sono partite a fine 2012, sotto il coordinamento dei sostituti procuratori Adriano Scudieri e Isidoro Palma, passando anche per una perquisizione della sede italiana di Facebook. Dopo aver analizzato migliaia di documenti e aver interrogato i dipendenti, gli investigatori hanno accertato l’esistenza di una vera e propria organizzazione, che avrebbe sistematicamente operato per anni al fine di generare guadagni illeciti. Le società coinvolte nell’organizzazione hanno sede non solo in Europa (come la Facebook Ireland limited) ma anche nei cosiddetti paradisi fiscali: è il caso della Facebook Ireland holdings, di stanza addirittura nelle isole Cayman.

Secondo quanto si apprende da alcune indiscrezioni riportate dal Corriere della Sera, il sistema fraudolento sarebbe stato architettato in maniera semplice ma efficace. La società irlandese, dopo aver venduto la pubblicità, avrebbe pagato grosse somme di denaro – motivandole alla voce “diritti e licenze per uso della piattaforma” – alla sua quasi omonima compagnia delle isole Cayman. Attraverso il pagamento di queste royalty, “nel quadro di uno schema di pianificazione fiscale particolarmente aggressivo”, Facebook sarebbe riuscita ad abbattere l’ammontare dei tributi che avrebbe dovuto versare in Italia (oltre cinquanta milioni di euro di ritenute non versate). La società italiana è accusata tecnicamente di omessa dichiarazione dei redditi, così come le sue due omologhe europee e statunitensi.

Un accordo in vista

La sanzione prevista ammonterebbe a circa cento milioni di euro, anche se altri precedenti si sono risolti in passato con accordi tra le parti, e il pagamento all’Agenzia delle entrate di una somma minore, frutto di una transazione. È quello che è accaduto, per esempio, circa un anno fa, quando ad accordarsi con il fisco italiano fu Google, che scelse di pagare subito pur di non accollarsi le costose spese legali dopo aver evaso le tasse che avrebbe dovuto pagare per le sue inserzioni su Youtube. La multinazionale del web fu costretta a staccare un assegno di oltre trecento milioni di euro, per mettere fine al contenzioso che la vedeva protagonista con l’Agenzia delle entrate. Più recentemente, invece, è stata Amazon a dover pagare al fisco 106 milioni, mentre a seguito dei mancati pagamenti sui redditi compresi tra il 2008 e il 2013, Apple ha dovuto versarne 318.