Food innovation e big data: tecnologie al servizio della società

144
adv

Seed and Chips è uno dei principali summit internazionali dedicati al tema della food innovation. Marco Gualtieri, che ne è fondatore e presidente, ha di recente affidato al sito della kermesse alcune riflessioni interessati sul tema della raccolta dei dati con l’obiettivo di combattere le malattie legate all’alimentazione.

Quello dell’utilizzo delle nuove tecnologie al fine di intervento sociale è un tema importante, sempre d’attualità e sul quale sarebbe necessario interrogarsi più di frequente. Nel caso specifico (quello dell’industria alimentare) gli sviluppi scientifici e tecnologici non hanno impatto sul settore solo attraverso invenzioni o innovazioni tecniche: Gualtieri, riprendendo l’idea di alcuni studi che si stanno diffondendo a livello internazionale, ha fatto notare come, nello specifico, le innovazioni nella raccolta di dati e il loro utilizzo stiano cambiando il modo di considerare le malattie legate all’alimentazione e il loro impatto sui singoli paesi.

Se parliamo di studi universitari, importanti elementi arrivano dall’Università di Washington, e dall’istituto di ricerca IHME (Institute for healt metrics and evaluation) ad essa collegato. Per oltre dieci anni, l’IHME ha lavorato alla compilazione di un enorme database che mettesse a sistema i dati sulla proliferazione delle malattie alimentari e la loro diffusione. Attraverso quella che viene definita una “misurazione rigorosa e comparabile dei problemi di salute più importanti del mondo” e la valutazione di tutte le strategie messe in campo per affrontarli, l’Istituto propone una serie di potenziali interventi che potrebbero avere un impatto enorme sulle questioni legate alle cosiddette malattie alimentari. Più sono i dati, naturalmente, disponibili su un determinato problema (e in questo caso le tendenze delle singole popolazioni), più vi sono possibilità di capire i fenomeni e intervenire in maniera adeguata.

L’istituto ha così messo a catalogo il Global health data Exchange, che mette a disposizione i database di cui sopra su software open source, in modo che chiunque sia interessato a consultare e a studiare queste tematiche possa accedere ai dati utilizzando i criteri specifici. Il database mette in rete non solo le ricerche, ma anche i ricercatori tra loro, fornendo informazioni rispetto alle equipe di lavoro in tutto il mondo, che possono così più agevolmente entrare in contatto e scambiarsi eventualmente dati.

L’enorme lavoro messo in campo in questi anni dall’Istituto è stato possibile anche grazie al reperimento di fondi come quello concesso dalla Bill Gates Foundation, che ha recentemente trasferito all’IHME quasi trecento milioni di dollari, con la motivazione dell’importanza nel fornire “dati critici sulle tendenze sanitarie globali, che possono aiutare i responsabili politici di tutto il mondo a individuare soluzioni migliori nella lotta contro le malattie”. Si tratta, in effetti, di una questione particolarmente delicata che riguarda tutti, dalle nazioni in via di sviluppo fino a quelle, come gli Stati Uniti, in cui la qualità della vita è fortemente influenzata da fattori di vita come la dieta, l’utilizzo del cosiddetto junk food, la mancanza di esercizio fisico.

Una dieta malsana, secondo i dati dell’IHME, contribuisce a più di seicento cinquanta mila decessi all’anno nei soli Stati Uniti, decessi legati a malattie della nutrizione, o all’obesità, o a problemi ad esse connesse come malattie cardiache o diabete di tipo 2. Eppure, gli stessi Stati Uniti hanno stanziato appena tredici miliardi di dollari per gli aiuti allo sviluppo per la salute (nel 2016), un dato pro capite inferiore rispetto a molte altre economie occidentali.

L’accumulazione di dati, naturalmente, non può essere finalizzata soltanto alla conoscenza. Attraverso il Global burden of disease study (GDB), l’Istituto si è proposto di individuare alcune potenziali linee di intervento, sfruttando la collaborazione di oltre mille ricercatori provenienti da più di centoventi paesi. Il risultato è un efficace programma di ricerca globale e locale sul carico di malattie che valuta la mortalità e il grado di disabilità legato alle stesse. L’obiettivo più immediato, è quello di utilizzare questi dati per regolare “l’anno di vita corretto per la disabilità”, una misura utilizzata per calcolare la durata dell’aspettativa di vita per pazienti coinvolti in questo genere di malattie.

È evidente come in questi casi le banche dati di ricerca possano risultare utilissime, dei veri e propri strumenti capaci di influenzare anche il lavoro di ricerca e di produzione degli operatori interessati alla food innovation. Il database, d’altronde, nasce proprio dalla volontà di rendere chiare le tendenze e le correlazioni sanitarie, affinché si adottino strumenti per isolare o ampliare una determinata ricerca, a seconda dell’esigenza. Se infatti è vero che le tecnologie mediche o del settore sviluppano di continuo innovazioni (come i palloncini gastrici o gli stimolatori del nervo vago) appare ancora più importante un intervento della ricerca scientifica e tecnologica per riuscire a fornire del cibo migliore e a un maggior numero di persone, aiutando anche chi lotta quotidianamente, nei paesi più poveri, per sfamare sé e la sua famiglia, e a farlo nel modo migliore possibile.

Se la società va in una certa direzione, insomma, e il divario tra ricchezza e povertà aumenta quotidianamente, allora è responsabilità di chiunque, scienza e tecnologia in primis, provare a intervenire per modificare in meglio questi aspetti.