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Snellimenti procedurali non pervenuti

Novanta giorni per il ritorno ad un’anormale normalità e nessun entusiasmo per il futuro. Questa la percezione a metà di una settimana, annunciata come il punto della ripartenza.
Oltre al riverberarsi di focolai contagiosi, si temono sorgenti di gravi malesseri e, quindi, il rischio che possano sfociare in manifestazioni poco democratiche è palese.

Molto dipenderà da ciò che saprà iniettare, nel liso tessuto sociale, il provvedimento, finalmente, varato.
Il Decreto Legge n°34 del 19 maggio 2020, consta di 266 articoli e sette allegati; il tutto in circa 350 pagine che, per trovare concretezza, abbisogna di 98 decreti attuativi.

E’ vero, imprescindibilmente vero, che è un documento senza precedenti, ma è altrettanto vero quanto fosse urgente metterci mano, con maggiori celerità e contezze della realtà.
Per certi versi, ad una veloce scorsa in diverse problematiche, appare come un rimedio in cui ci si barcamena, per porre argine ad un Paese in rotta di povertà irreversibile; non appaiono indizi utili, per comprenderne un piano di rilancio consistente.

Accordi mimetizzati da diatribe

Quanto accaduto, in tema di sfiducie e fiducie, sembra essere solo un rinvio di una inevitabile resa dei conti; un procrastinare di mesi, in attesa di un qualche evento scatenante  una crisi, per ora, contenuta con qualche “rattoppo”.

Mentre la maggioranza – in seno alla quale una forza è ormai completamente incartata –  regge solo con il supporto di criteri fondanti sulla responsabilità del momento, bisognerà verificare la tenuta nel dibattito parlamentare. Non sembra applicabile lo strumento di “porre fiducia” e, quindi, l’attesa è connotata da notevoli tensioni.

Corroborare, inoltre, uno sveltimento immediato è un’esigenza assoluta; tante attività che non hanno riaperto per una miriade di problematiche legate a iter burocratici,  ne sono la prova provata.
Sentire parlare di problemi avulsi dalla tematica attuale è davvero surreale.

In un contesto normale delle due l’una: o si rassegnano le dimissioni o è il “padrone del vapore” a dettarne le opportunità delle scelte. Peccato che l’autore non ricordasse nulla di quanto accaduto appena qualche anno addietro.
Dall’imbarazzo all’indecenza, a volte, il passo è breve.

Eppure l’intransigenza di un “Uomo dello Stato” era ben conosciuta: Nino Di Matteo non è persona da compromessi.
Se è bianco è bianco, se è nero è nero; non ci sono vie intermedie.
La protervia dell’approssimazione, con una buona dose di incompetenza, è stata fatale; per adesso è così, ma allo “squaglio della neve” ci saranno ripercussioni.

Dunque, se stiamo in emergenza non bisogna cambiare nulla? Per il momento è così; per senso di responsabilità e per rispetto nei confronti del Paese, ancora in attesa di sostentamenti principali.

Urgenze senza riscontri

Sermoni da vertici territoriali, promesse da centralità, difetti comunicativi diffusi, annunci  propagandati senza alcuna certezza di futura realizzazione; insomma le prerogative per far cessare la speranza ci sono tutte. Di giorno in giorno aumentano le insoddisfazioni, se si dimentica quale deve essere l’anima della politica allora è meglio tacere.

Appare chiaro, nell’attuale scorcio,  chi sbaglia non deve essere chiamato a renderne conto, ma la gente che non vede l’ombra di un quattrino, causa farraginosi meccanismi, in un momento di estrema emergenza, non ne può più  di sentir parlare di dialoghi costruttivi, tra opposizione e maggioranza; sono necessarie sinergie, immediate e semplici, utili alla ripartenza.

Il Popolo, al momento di rilancio non avverte ancora nulla e, per non farci mancare nulla, dalla  precedente cura, neppure sembra aver tratto  grande giovamento.
Questo lo stato dell’arte.
Come sempre, auguri a noi.

 

Raimondo Miele