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Giuseppe Garibaldi decise di entrare a Napoli praticamente accompagnato da pochi uomini. Una folla enorme lo accolse

Attorno alle vicende di Napoli è sorta una sorta di “leggenda nera”, secondo la quale la bella Partenope non sarebbe mai stata conquistata manu militari visto che avrebbe sempre aperto le porte ai suoi conquistatori: dai romani fino a giungere ai giorni nostri.
Come tutte le leggende, questa affermazione è falsa anche se contiene un fondo di verità, almeno per quanto riguarda alcuni esempi significativi, tra quali troviamo la vicenda di cui vi parleremo oggi: l’entrata di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860.
L’antefatto 
Alla vigilia dell’arrivo dell’Eroe dei due Mondi i Borbone avevano abbandonato la città perché Francesco II aveva deciso di evitare alla sua capitale gli orrori di un assedio. Il 6 settembre, la Famiglia Reale lasciò per sempre Partenope sul vapore Messaggero: si sarebbero diretti a Gaeta, nuovo perno della difesa degli territori afferenti al Regno delle Due Sicilie.

Garibaldi e la partenza da Salerno

I garibaldini si trovavano a circa due giorni di marcia da Napoli, città dove si trovavano ancora truppe meridionali dislocate in diverse caserme e castelli, ciononostante Garibaldi non poteva mancare all’appuntamento con la Storia. Il generale decise di partire con un piccolo gruppo di uomini alla volta di Napoli, per dimostrare che il popolo era con lui e non con i Borbone.
Alle 9.30, da Salerno, prese il treno per la capitale del Regno delle Due Sicilie. Tra gli altri, lo accompagnarono personalità quali Enrico Cosenz e Filippo Manci (uno dei Tre Moschettieri dei Mille). Il treno arrivò in stazione alle 13.30: la causa del ritardo fu dovuta all’incredibile numero di persone che fecero ala al passaggio di Garibaldi lungo tutto il tragitto. Molto spesso questa folla in delirio si accalcò alle finestre e ai predellini per poter vedere, anche solo per poco, il loro eroe.

L’entrata trionfale e il discorso alla Foresteria

Sia all’arrivo di Giuseppe Garibaldi sia nei giorni seguenti le truppe borboniche non spararono un solo colpo ai danni del generale e della folla festante. Anzi, i reparti meridionali (tra i 6000 e i 10000 soldati) lasciarono in buon ordine la città, dove erano rimasti più per una questione d’ordine che per resistere agli invasori, per ripiegare su Capua.
Una gran folla si radunò al Palazzo della Foresteria (attualmente Palazzo della Prefettura) dove tenne un discorso epocale che vi citeremo in parte: “Voi avete il diritto di esultare in questo giorno, che è l’inizio di una nuova epoca non solo per voi, ma per tutta l’Italia, della quale Napoli forma la parte migliore, è veramente un giorno glorioso e santo, nel quale il popolo passa dal giogo della servitù al rango di una nazione libera. Vi ringrazio per il vostro benvenuto, non soltanto per me stesso, ma a nome di tutta Italia, che il vostro aiuto renderà libera e unita”.
Napoli era liberata dal malgoverno borbonico e al tempo stesso entrava nella grande famiglia italiana, come elemento prezioso e vitale per le sorti del Paese tutto.

Confronto con Mazzini

Un aspetto poco noto dei primi momenti di Giuseppe Garibaldi a Napoli avvenne in quei primi momenti concitati a Palazzo Doria D’Angri, lo stesso edificio dal quale il generale avrebbe proclamato l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia.
Garibaldi avrebbe avuto uno scontro, anche molto serrato, con il suo antico mentore politico, Giuseppe Mazzini.
Quest’ultimo propose al vecchio compagno rivoluzionare di abbandonare il progetto monarchico sabaudo per passare ad un’Italia Repubblicana. Napoli sarebbe dovuta diventare, a quel punto, il fulcro di un’avanzata rivoluzionaria e patriottica che si sarebbe dovuta arrestare alle Alpi.
Chissà cosa sarebbe stata dell’Italia se Garibaldi avesse accettato questa proposta invece di rifiutarla come poi fece, ricordando i vari tentativi mazziniani di unificare l’Italia “dal basso”.

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Alessandro Maria Raffone, napoletano, classe ‘84, dopo la laurea in Scienze Storiche dell’Università Federico II, ha vinto un premio del Corso di Alta Formazione in Scienze Politiche “Studi Latinoamericani” dell’Università La Sapienza con la tesi Italia Fascista, Italiani all’estero e Sud America. Nel 2015 ha fondato l’Associazione Culturale “Heracles 2015”, la cui mission è far conoscere gli aspetti meno noti di Napoli. Ha scritto per la rivista Il Cerchio, e ha collaborato con il think thank indipendente Katehon. Ha concluso il Dottorato di Ricerca in “Storia, culture, e saperi dell’Europa Mediterranea dall’antichità all’età contemporanea” presso l’Università degli Studi della Basilicata nel febbraio 2018.