Giovani imprenditori e nuove tecnologie. Gli investimenti (pochi) premiano!

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Giovani imprenditori e nuove tecnologie
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“Innovazione come leva di crescita. Il punto di vista dei giovani imprenditori”. È questo l’ambizioso nome della ricerca che ogni anno viene realizzata dal Digital Transformation Institute e che è stata presentata lo scorso mese di novembre durante il decimo Forum nazionale dei giovani imprenditori organizzato da Confcommercio.

Il Digital Transformation Institute è un centro di ricerca che si occupa proprio dello studio del fenomeno della trasformazione digitale, lavorando con istituzioni pubbliche, enti e aziende private, per supportarle nel percorso e nell’attraversamento di questa fase così importante.

Lo studio presentato a novembre è stato realizzato grazie alla collaborazioni dei giovani di Confcommercio, coinvolgendo quasi cento persone tra esperti del settore, imprenditori, ma anche ricercatori e docenti universitari, che hanno fornito un contributo scientifico al lavoro effettuato dai tavoli tecnici e i focus group.

Gli ambiti che subiscono un maggiore impatto dalle trasformazioni tecnologiche, secondo il campione di intervistati, e su cui è quindi importante sviluppare una riflessione, sono “infrastrutture”, “concorrenza e mercato”, “modelli di business”, “organizzazione e processi”, “accesso al credito e sistemi di pagamento”, “normativa”, “politiche del lavoro e welfare”, “sostenibilità”.

Da un punto di vista tecnico, la ricerca evidenzia dei risultati molto interessanti, andando a mettere a nudo anche dei “nervi scoperti” del sistema, e alcuni punti critici del rapporto tra imprenditoria giovanile e nuove tecnologie. Se quasi il 60% dei giovani imprenditori intervistati infatti ritiene che le proprie imprese abbiano una dotazione e conoscenza dei sistemi tecnologici “abbastanza” avanzata, soltanto il 17,9% ritiene di aver raggiunto un livello di innovazione digitale molto alto.

Questo, però, sulla base di una “autovalutazione”. Se si scende nel dettaglio, infatti, si apprende che il 47% tra i titolari giovani delle aziende del nostro paese non ha mai sentito parlare di cose come le criptovalute, i Bitcoin, o del concetto di Factory as a service. Addirittura il 41% non conosce il termine Big Data e quasi un terzo degli interpellati non ha idea di cosa sia il Cloud Computing.

Proprio in occasione della presentazione del rapporto, Stefano Epifani, presidente del DTI, ha provato a fare alcune riflessioni sugli esiti della ricerca. «È evidente – ha spiegato – leggendo i dati, come nel paese ci sia un problema che non è solo di competenze, ma di conoscenza di temi e allo stesso tempo di consapevolezza di un intero contesto tecnologico. In molte delle nostre aziende non mancano le competenze rispetto ai temi, quanto piuttosto la consapevolezza che esistano degli scenari di trasformazione nel presente e nel futuro immediato. Ignorando questi scenari e questi processi non solo si perdono tante opportunità, ma si corrono anche dei rischi importanti».

I dati che emergono dalla ricerca parlano di una certa differenziazione all’interno del paese. La percezione più alta del livello di digitalizzazione è riscontrata tra i titolari delle imprese del nord-est (20,9%), mentre, ragionando per settori, sono le realtà che operano nel terziario, e in particolare nel settore turistico, a esprimere consapevolezza rispetto allo scarso livello di implementazione delle tecnologie digitali.

Proprio in un ambito così cruciale, infatti, per lo sviluppo aziendale del nostro paese negli ultimi almeno dieci anni, è addirittura il 44,4% degli intervistati a dichiarare la propria azienda poco o per nulla proiettata sulle trasformazioni delle nuove tecnologie.

Conseguenza diretta di questo genere di difficoltà, è il tasso di investimenti in digitale abbastanza basso rispetto agli altri paesi europei: il 40% circa delle imprese ammette infatti di aver effettuato investimenti in tecnologie digitali per una cifra inferiore ai cinquemila euro e il 28% dichiara di non aver addirittura mai investito in questo ambito.

Chi ha scelto invece una strada diversa, lo ha fatto (soprattutto le aziende tra i cinquanta e i duecento cinquanta dipendenti) prevalentemente per adeguare le infrastrutture materiali e immateriali (l’87% delle imprese), mentre poco più della metà ha investito per migliorare le politiche del lavoro, oppure quelle di sostegno e welfare aziendale a vantaggio dei propri dipendenti.

Si tratta di una scelta poco lungimirante, anche perché, quando gli investimenti arrivano, le aziende vengono premiate da tanti punti di vista: il miglioramento nei ricavi, per le aziende che hanno fatto passi nel senso dell’adeguamento tecnologico, è percepito in maniera significativa da ben il 62,2% degli imprenditori intervistati, un miglioramento che oscilla nel 12% dei casi tra il 25 e il 40% dei ricavi, e nel 20% dei casi tra il 10 e il 25%.

Abbastanza generalizzata è anche la percezione di un insufficiente intervento da parte del settore pubblico nell’ambito tecnologico, con una altrettanto generalizzata richiesta di semplificazione delle normative e riduzione della burocrazia, l’estrema necessità di investimenti in infrastrutture di rete a banda larga, quella di finanziamenti e sgravi fiscali per chi investe in infrastrutture digitali o progetti orientati all’innovazione, così come alla formazione.

Tra le proposte più frequenti, a tal proposito, ci sono quelle di investimenti in sicurezza e privacy (55,6%), comunicazione e promozione (45,5%), processi di vendita (37,1%).