Amendola
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Moriva oggi Giovanni Amendola, vittima delle angherie e della repressione fascista, a cui non ha mai chinato il capo.

Giovanni Amendola

Giornalista, politico ed incompleta figura accademica, Giovanni Amendola nasce il 15 Aprile del 1882 a Napoli. In terra partenopea non rimarrà molto tempo, soggetto ai trasferimenti del padre a Firenze prima ed a Roma poi. Nella capitale, all’età di quindici anni, si iscriverà alla gioventù socialista e, di lì ad un anno, inizierà il suo periodo di apprendistato presso il quotidiano “La Capitale”, giornale del Partito Radicale Italiano.

La formazione

Successivamente scrive vari articoli su esoterismo e teosofia, sempre sul quotidiano “La Capitale”, venendo a contatto con la Loggia della Società Teosofica e, dal 1900 al 1905, divenendone membro nella sede romana. Lascia la loggia in quanto troppo vicina ai dettami del protestantesimo e non essendo, come inizialmente il giornalista pensava, una nuova teoria scientifica di carattere universale. Abbandona la massoneria nel 1908 e, l’anno successivo, si stabilisce a Firenze dove diverrà il direttore della Biblioteca filosofica. Nel 1911 si laurea in filosofia con una tesi su Kant, dal titolo “La Categoria: Appunti critici sullo svolgimento della critica delle Categorie da Kant a noi”.

La guerra in Libia

Nello stesso anno, sempre continuando il proprio lavoro di giornalista, scrive a proposito dell’intervento militare il Libia: se, da un primo momento, Amendola si mostra molto critico, successivamente l’inizio del conflitto si schiera a gran voce (è proprio il caso di dirlo, scrivendo i suoi articoli dalla rivista “Voce”) a favore della campagna militare.

Università

Nel 1913 ottiene la libera docenza in Filosofia teoretica, ma purtroppo senza alcuna cattedra. Nell’aprile 1914 viene nominato, all’interno dell’Università di Pisa, docente per un anno di Filosofia teoretica, ma rinuncerà in quanto, pochi mesi dopo (giugno), verrà assunto dal “Corriere della Sera” e si trasferirà nuovamente nella capitale.

La dura opposizione al fascismo

Fermo oppositore della deriva fascista che stava prendendo il paese, Amendola critica fin da subito l’insediamento di Mussolini e la marcia su Roma, etichettando il fascismo con queste parole: “Il fascismo ha le pretese di una religione, le supreme ambizioni e le inumane intransigenze di una crociata“. In seguito alla sua presa di posizione, subì pesanti intimidazioni da tutto l’ambiente mussoliniano, venendo aggredito fisicamente a Roma il 26 dicembre 1923.

Dopo l’omicidio Matteotti

Nel giugno seguente, dopo il delitto Matteotti, scrive: “Quanto alle opposizioni, è chiaro che in siffatte condizioni, esse non hanno nulla da fare in un Parlamento che manca della sua fondamentale ragione di vita. Quando il Parlamento ha fuori di sé la milizia e l’illegalismo, esso è soltanto una burla.”

La secessione dell’Aventino

In seguito all’omicidio del parlamentare Matteotti, coalizza le opposizioni socialista, cattolica e liberale escludendosi dalle attività parlamentari fino a quando il re non avesse nominato un nuovo governo ripristinando la legalità. Purtroppo questo piano non va a buon fine in seguito anche al mancato dei restanti oppositori che non si erano aggregati a lui, ovvero i comunisti. Con Benedetto Croce, stila una lista famosa in seguito come Manifesto degli intellettuali antifascisti, in cui vengono riunite le maggiori intelligenze antiregime.

La Morte di Giovanni Amendola

Il 20 Luglio 1925 viene aggredito da un gruppo di quindici uomini armati capeggiati dallo squadrista Carlo Scorza, che in seguito verrà nominato segretario del Partito nazionale fascista. Operato in seguito alle ferite, trascorrerà i suoi ultimi giorni a Cannes dove morirà il 7 Aprile del 1926, mai ripresosi dalle ferite ricevuto