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L’evoluzione degli sponsor dagli anni ’70 ad oggi. Dal Perugia al caso Hamsik

Sul finire degli anni ’70 una squadra di calcio mise, per la prima volta in assoluto, sulla casacca da gioco un marchio. Un rettangolo, di dimensioni assai ridotte, riportava la denominazione di un pastificio. La squadra di calcio era il Perugia ed il pastificio era, logicamente, della zona di appartenenza.

Non esistevano ancora i procuratori a dettare legge e i calciatori erano ancora il simbolo di una squadra, di una città.

Era un altro calcio, un calcio in cui Rivera significava Milan, Mazzola voleva dire Internazionale, Bulgarelli era come dire Bologna, Tatonno Juliano era il Napoli, Giggi Riva era sinonimo di Cagliari e di Sardegna tutta. E così per tanti altri: Chinaglia uguale Lazio, De Sisti uguale Fiorentina, Pulici uguale Torino e altri ancora.

Il pastificio sponsor del Perugia

Il fautore di quell’iniziativa del rettangolo con il marchio del pastificio, fu  un imprenditore di altri tempi: Franco D’Attoma. Gli sponsor erano vietati all’epoca e le regole, di non poter mettere nessun marchio sulla casacca, erano una condizione imprescindibile della Federazione.

Il solo logo ammesso era quello che riproduceva il marchio tecnico. Il Presidente del Perugia di allora, si inventò la nascita di un maglificio “Ponte” e iniziò l’era della pubblicità negli stadi. “Ponte” addirittura riportato sull’erba dello stadio di Pian di Massiano. Così era denominato l’impianto dove giocava la squadra biancorossa.

Uno stadio eretto, nel 1975, in soli tre mesi da un brillante costruttore Spartaco Ghini, coinvolto dallo stesso D’Attoma nel lancio della squadra nella massima divisione, a seguito della storica promozione del 1975. Dal “Santa Giuliana”, situato nel centro di Perugia, si passava ad una struttura nuova di zecca.

Il Renato Curi

Quella struttura avrebbe, poi, preso il nome “Renato Curi”, in onore e ricordo dello sfortunato atleta perugino deceduto, sul campo, per arresto cardiaco in una nefasta domenica di ottobre del 1977.

D’Attoma non si fermò a quella visione futurista, ma ebbe un’altra intuizione: il “prestito oneroso  stagionale”. Il Lanerossi Vicenza, appena retrocesso, non poteva “portarsi appresso” un tale Paolo Rossi (già assurto agli onori delle cronache a seguito di una complicata vicenda di riscatto alle “buste”) e il vulcanico Presidente per 500 milioni, delle vecchie lire, se ne assicurò i servigi.

Reduce da un campionato coronato da secondo posto (alle spalle del Milan), senza neppure una sconfitta subita, il Perugia “prese” Paolo Rossi. Il seguito è facilmente consultabile. Oggi il viale di accesso allo Stadio Renato Curi si chiama “Viale D’Attoma”.

Il cambiamento

Da allora sono successe tante cose, lo sponsor, la pubblicità. Pubblicità diretta e indiretta; sponsor tecnico e sponsor ufficiale; secondo sponsor e fornitore ufficiale; loghi sfusi e a pacchetti nelle sale delle conferenze stampa; obblighi contrattuali per interviste e tempistiche di riprese.

Insomma una rivoluzione che, inevitabilmente, ha inficiato il lato umano, passionale e sportivo dello sport di un tempo passato. Si bacia la maglia oggi e domani ci si trasferisce altrove, i procuratori (ci sarebbe da fare un lungo discorso in materia, ma non è questo il punto attuale) dettano legge e Presidenti/Imprenditori prescindono da logiche di attaccamento alla squadra, privilegiando il tifoso solo come risorsa economica. Diritti televisivi, diritti di immagine, diritti di finanziatori.

Tanti diritti, pochi doveri. Il sistema ha contagiato tutti e contaminato qualunque aspetto. Da un arbitro e due segnalinee (con tutte le moviole “Sassiane” a seguito), siamo oggi a sette giudici dislocati sullo scenario di ciascun partita; con riprese dal basso, dall’alto, di fianco, da dietro e davanti, da sopra e da sotto; commentatori e tecnici che si sperticano in giudizi sul centimetro oltre la linea e sul “pezzo” del piede al di qua o al di là; minigonne con sorrisi suadenti, impiantati su tacchi a spillo, che si passano la linea e i vocalizzi languidi. Insomma un circo al cui cospetto la formula uno è diventato spettacolo per educande.

Marek Hamsik e la buona Cina

Non credo ci sia molto da aggiungere e neppure reputo giusto “emanare” giudizi. Non è mai bello giudicare. Diventa sempre più spesso difficile giustificare l’ingiustificabile, ma anche l’ingiustificabile ha un limite nella dignità. O dovrebbe, almeno.

Un atleta (Marek Hamsik), acquistato per circa sei milioni di euro a circa vent’anni e ceduto a quindici milioni di euro a trentuno anni, con un contratto garantito di nove milioni di euro per tre anni e che, quindi, si trova con ventisette milioni di euro assicurati a trentaquattro anni che cosa avrebbe dovuto fare? Credo che nel contesto in argomento non aveva scelta migliore da prediligere e che, nel contempo, la società non aveva molto da pensare. A prescindere da ogni simpatia o antipatia personali e da commenti superficiali e di parte.

Questa è oggi la situazione. Nessuna meraviglia.