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A volte è solo una questione geografica, o di confini. Ma si sa, la legge è legge, e molto spesso le sue conseguenze arrivano più lontano di quanto non possiamo aspettarci.

Succede così che il Garante della privacy è intervenuto per garantire il diritto all’oblio esercitato da un cittadino italiano residente negli Usa, imponendo a Google di deindicizzare alcuni Url che contenevano informazioni false, e di farlo non solo dalle versioni europee del portale, ma anche da quelle fuori dalla comunità continentale.

Il fatto

Il ricorrete ha richiesto l’intervento del Garante quando ha scoperto l’esistenza di ventisei diversi Url, europei e non, che rimandavano, una volta digitato il proprio nome, a contenuti offensivi o contenenti informazioni fallaci su presunti reati che lo stesso avrebbe commesso nell’ambito della sua professione di docente universitario. In alcune circostanze, addirittura abbinate a sue fotografie.

Google però, appellandosi agli elementi contenuti in una sentenza precedente (la sentenza Costeja), ha provato a eludere la rimozione di alcuni link, evidenziando l’assenza dell’elemento temporale, essendo state le notizie pubblicate nel 2017, quando la stessa compagnia riscontrava una impossibilità di accertare la veridicità delle azioni legali riguardante la persona offesa. Alla luce di ciò, Google considerava che il ricorrente dovesse rivalersi non sul motore di ricerca, ma sui creatori degli articoli o sul gestore del portale che li aveva pubblicati. In più, essendo il professore un risiedente nella Comunità Europea, Google pretendeva che la tutela dei suoi dati avesse un “ambito di applicazione” circoscritto al territorio comunitario.

L’intervento del Garante

Alla fine, però, la decisione del Garante è andata in tutt’altra direzione. In primo luogo è stato evidenziato che davanti a elementi screditanti di forte impatto, come informazioni errate su reti giudiziari e condizioni di salute, la deindicizzazione totale dei link sia l’unica soluzione proporzionata al danno, nel caso in cui le informazioni siano verificate come false. Inoltre, è stato stabilito che il motore di ricerca, in qualità di titolare del trattamento dei dati legato all’indicizzazione, sia assoluto responsabile, considerando che lo stesso trattamento è posto in violazione dell’articolo 11 del Codice sulla Privacy. Tanto più che le conseguenze negative delle informazioni scorrette diffuse, unite alla facile reperibilità sul web delle notizie (bastava inserire il nome del ricorrente nel motore di ricerca) sono state evidenti sia da un punto di vista personale che pubblico. Ci sarà poco da fare quindi per Google, uscita totalmente sconfitta dalla controversia, e che dovrà rimuovere gli Url sia dalle versioni europee che da quelle extracomunitarie.

La sentenza Costeja

Può essere utile, in appendice, spendere qualche parole su questa sentenza che sembra rivestire un precedente molto importante. Per farlo dobbiamo tornare indietro al maggio del 2014, quando la Corte di giustizia dell’Unione Europea definiscel’attività di un motore di ricerca come una attività di “trattamento di dati personali”, qualificando il gestore come titolare di questo trattamento. Una delle funzioni del motore di ricerca è infatti quella di reperire informazioni presenti sul web, inserite da terzi, ma riguardanti persone fisiche o anche enti o aziende, memorizzarle e metterle a disposizione di tutti quelli che utilizzano il portale. Se qualcuno quindi, ha stabilito la corte, pretende che un certo tipo di informazioni riguardanti la sua persona non vengano più collegate al suo nome, allora il motore di ricerca, così come i siti che le hanno pubblicate, ha i dovere di intervenire per cancellare quella “relazione” dall’elenco dei risultati delle sue ricerche.