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Esiste un’intera letteratura che ci parla di clamorosi furti e truffe, litigi infiniti, cause giudiziarie e battaglie di carta bollata per stabilire se “l’ho inventato io” o meno.

Meucci e Bell battagliarono per vedersi riconosciuta la paternità del telefono, Tesla e Marconi per quella della radio; ancora, lo scienziato americano dovette vedersela pure con Edison per la corrente alternata. In tempi moderni, le dispute si spostano sul versante tecnologico, una vera giungla di diritti e brevetti, così che anche un Kane Kramer qualunque può contestare a Steve Jobs l’invenzione dell’iPod.

Non poteva naturalmente restare esente da una querelle del genere il nostro Bitcoin, il cui creatore si nasconde dietro l’identità misteriosa di Satoshi Nakamoto. E infatti, c’è chi in questi anni ha provato a “buttarsi” millantando di essere alle spalle di quella che, se non del secolo, è almeno l’invenzione del decennio. Si tratta di Craig Wright, cittadino australiano salito agli onori delle cronache un paio d’anni fa per aver affermato in alcune interviste (rilasciate alla BBC, al giornale The Economist e al periodico GQ) di essere lui l’inventore della blockchain più famosa del mondo, e di essersi nascosto dietro lo pseudonimo orientaleggiante. Un vero e proprio tentativo di truffa, tanto è vero che, incalzato da indizi che andavano in tutt’altra direzione (e dopo una perquisizione effettuata dalla polizia federale australiana nel suo ufficio e nella sua abitazione), Wright si è trovato costretto a ritrattare, pubblicando un nota sui social intitolata “I’m sorry”, in cui si è dichiarato impossibilitato a pubblicare – così come aveva promesso – la prova decisiva che attestasse la paternità dell’invenzione. Il motivo? “Mancanza di coraggio”…

Ecco però che, due anni dopo, ci risiamo: qualche settimana fa si scopre che quelle perquisizioni avevano ben altri motivi piuttosto che la millantata identità ed arriva notizia del procedimento a carico del falso mr. Bitcoin, trascinato in tribunale per aver intascato ben cinque miliardi di dollari in corrispettivo delle quote della criptovaluta appartenenti a un suo collega. Che però era morto nel 2013.

La truffa sarebbe stata organizzata in maniera abbastanza semplice: Wright, infatti, avrebbe utilizzato dei falsi contratti (tutti avallati da firme altrettanto false) intestati a Dave Kleiman, informatico e suo ex socio, deceduto cinque anni prima. Il nome di Kleiman, tuttavia, è ben conosciuto nella cripto comunità, tanto da essere a sua volta considerato uno dei possibili inventori della catena. È così che qualcuno ha cominciato a insospettirsi, fino a che il sospetto non ha coinvolto la famiglia di Kleiman, che ha cominciato a indagare attraverso i propri canali e ha poi depositato una citazione al tribunale federale di Palm Beach, in Florida.

In un documento reso pubblico contestualmente alla denuncia, la famiglia di Kleiman ha spiegato i dettagli del caso: “Craig ha inventato una serie di contratti con l’obiettivo di trasferire gli averi di Dave verso le sue imprese. Ha modificato le date di questi contratti e vi ha apposto la sua firma”. Se il sistema era abbastanza semplice, forse addirittura rozzo, da un punto di vista economico il “colpo” messo a segno da Wright sarebbe clamoroso, ammontando la cifra corrispondente ai titoli ad un valore di oltre cinque miliardi di dollari. Come risarcimento, però, i legali della famiglia di Kleiman hanno chiesto quasi il doppio, considerando anche i danni e gli interessi che sarebbero maturati nel corso di questi ultimi anni.

Finisce insomma nella maniera peggiore la storia tra i due ex amici, o meglio tra Wright e la famiglia del suo ex amico. Un rapporto che pure era di lungo corso, avendo lavorato i due insieme per anni, fino a creare una società (nel 2011) chiamata W&K Info Defense Research LLC. L’impresa si occupava, naturalmente, di “mining”.

Resta invece ignota l’identità dell’inventore della criptovaluta, per la scoperta della quale tutte le piste si sono rivelate inutili. Quella che portava a Michael Clear, laureato in crittografia al Trinity College; quella che sospettava dell’ex sviluppatore di giochi finlandese, ma anche economista e sociologo, Vili Lehdonvirta; e, ancora, quelle che conducevano a Neal King, Robertz Pulitano, Vladimir Oksman, Charles Bry, tutti nomi noti agli esperti,  così come quello di Martii Malmi, altro sviluppatore finlandese che si occupò di Bitcoin in tempi non sospetti. Il tempo passa, però, e il nome non viene fuori. Così che anche giornalisti e curiosi sembrano aver smesso di indagare.