hate speech
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Purtroppo sul web si sta diffondendo sempre più un nuovo fenomeno che prende il nome di Hate speech (incitamento all’odio). Questa pratica consiste nell’usare parole, soprattutto attraverso i social network, per offendere una singola persona o un popolo in quanto parte integrante di una religione, un’etnia, un orientamento sessuale diverso rispetto a chi scrive e senza risparmiare nemmeno le persone affette da disabilità.

L’Hate speech è ormai anche una categoria di giurisprudenza americana e, recentemente, anche europea e vede, purtroppo, sempre più casi d’incitamento all’odio. L’Italia, tra i tanti paesi del vecchio continente, è quella che presenta il numero più alto di discrimazioni online, soprattutto attraverso il canale social Facebook.

Ad essere colpiti, secondo un’analisi condotta dall’Associazione ENAR (European Network Against Racism), sono maggiormente stranieri e migranti seguiti da persone del mondo LGBT e musulmani; la statistica prende come campioni circa trenta dichiarazioni discriminatorie e soltanto un terzo di queste non aveva come oggetto l’offesa verso una minoranza.

La diffusione dell’hate speech deriva, molto probabilmente, dal diritto alla libertà di espressione (articolo 10 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo) che permette agli “haters” di scrivere qualunque cosa senza riflettere sulle conseguenze che ogni singola parola potrebbe avere sulle persone che subiscono le offese e spesso anche molto gravi. Inoltre, nonostante ci sia un divieto di discriminazione (articolo 14 della stessa Convenzione Europea), gli incitatori all’odio crescono in maniera sempre più esponenziale, ignari o, peggio ancora, incuranti della legge.

EU Kids Online per Miur e Parole O_Stili, ricerca voluta dall’Università Cattolica ed esposta per l’evento “Crea, connetti e condividi il rispetto: un Internet migliore comincia con te”, ha fatto emergere alcuni dati abbastanza preoccupanti; in circa sette anni, infatti, il numero dei ragazzi che si sono imbattuti in discriminazioni online è aumentato del 7%, passando dal 6% del 2010 al 13% del 2017 e oltre il 30% è composto da ragazzi della fascia d’età 11-17.

Ancor più allarmante è che oltre la metà dei ragazzi intervistati ha affermato di non aver preso alcuna iniziativa contro gli haters (il 58%) e che il primo sentimento a nascere di fronte ad accuse discriminatorie non è la rabbia (35%), non è il disprezzo (36%), non è la vergogna (20%) ma è la tristezza che coinvolge il 52% del campione statistico.

Se si vuole individuare lo strumento che ha facilitato la diffusione dell’hate speech bisogna risalire agli smartphone e alla rivoluzione tecnologica che ha portato la connessione internet ad essere utilizzata da almeno l’88% dei ragazzi di tutta Italia. Nella fascia d’età 15-17 il 97%, più di nove ragazzi su dieci, dichiara di fare un utilizzo di internet quotidiano, mentre in quella che vai dai 9 ai 10 anni la percentuale si riduce al 51% (ugualmente molto alta se si considera che si parla di bambini).

I rischi legati all’eccessivo utilizzo di internet colpiscono maggiormente proprio i ragazzi che vanno dai 9 ai 17 anni tanto che, soprattutto tra i bambini di 9 e 10 anni, l’incitamento all’odio è cresciuto del 10% in quattro anni (3% nel 2013 e 13% nel 2017) ed i rischi principali sono legati a razzismo, pornografia e sexting (invio d’immagini sessuali attraverso l’utilizzo del cellulare).

Inoltre l’hate speech è soltanto un odio “offline” tramutatosi in “online” e la differenza tra le due forme sta nel fatto che il nuovo incitamento, quello online, è: permanente, spesso anonimo, transnazionale e riproponibile da un momento all’altro (in seguito ad un’eventuale cancellazione); tra le forme di hate speech più diffuse e più temute dai ragazzi intervistati (il 19%) c’è, inltre, il cyberbullismo che si attesta tra il 6%, per le vittime d’incitamento all’odio online, e il 10%, per quelli che invece hanno subito sia offese online che offline.

Tantissimi ragazzi sotto attacco ma solo pochi hanno il coraggio di reagire

Ma come reagiscono i ragazzi di fronte all’aumento degli attacchi discriminatori online? Purtroppo la ricerca condotta dall’Università Cattolica rivela dati deludenti che dimostrano molta riluttanza, da parte dei ragazzi intervistati, nel reagire alle offese per debellare questo brutto fenomeno; il 35%, infatti, dichiara che aspetta che il problema si risolva senza intervenire e il 25% addirittura non ne fa parola con nessuno.

Un altro 27%, ancora, trova come unica soluzione al problema la chiusura dell’account Facebook, o di altri social, proprio per non subire ulteriori offese discriminatorie; nell’indagine, infine, soltanto il 2% ha il coraggio di denunciare il problema, di chiedere aiuto (prevalentemente ad amici e solo in seconda battuta ai genitori) e risolvere prontamente il problema.

L’hate speech, quindi, cresce sempre più e pochissime persone hanno il coraggio di combatterlo; a regnare è ancora la passività verso il fenomeno ma bisogna assolutamente invertire la tendenza e non permettere agli haters di avere la meglio e offendere una singola persona o un intero gruppo di ragazzi, perché l’odio va eliminato e deve lasciare spazio unicamente a serenità e spensieratezza.