Le insidie dell’Internet of Things: chi ha paura dello smartwatch?

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smartwatch per bambini

Nella lunga lista dei nuovi pericoli si aggiungono, purtroppo, anche gli smartwatch per bambini: vediamo perché.

Le bambole ed i giocattoli Smart, da tempo sotto accusa per i gravi rischi in termini di sicurezza, per le falle e, soprattutto, per le violazioni di privacy ai danni dei minori, avrebbero già dovuto creare una sorta di allarmismo o, quantomeno, aver spianato la strada ad una determinata e nuova consapevolezza, quella del triste pericolo scaturito da questa ludica e rischiosa realtà.

Tuttavia, per quell’ampia percentuale di genitori ancora ignara, e che ancora persevera nell’affidare il proprio figlio ad un compagno interattivo anziché all’amichetto della porta accanto, tale tecnologia non desta alcun particolare sospetto o  peggio ancora, suggerisce, paradossalmente e proprio per l’elevato tasso di avanguardia e tecnologizzazione, anche uno spiccato ed erroneo senso di fiducia ed attendibilità.

Purtroppo così non è. Il pericolo insito in questa nuova generazione di giocattoli è estremamente notevole ed in Europa se ne sta già ampiamente discutendo; molte sono, infatti, le associazioni di genitori ad esser intervenute in tal senso e, più che altro, ad essere insorte per combattere e debellare questa nuova e pericolosa era del gioco.

I giocattoli Smart, apparentemente all’avanguardia, precisi, ammalianti e dai finti scopi intrattenitori e didattici sono, purtroppo, dotati di connessione Wi-Fi e collegati ad altrettanti archivi e server che, pur consentendo la costante miglioria del giocattolo in termini di prestazioni tecniche, creano ben altre e ben più gravi problematiche.

I giocattoli Smart, i cosiddetti giocattoli intelligenti, recepiscono, infatti, informazioni e dati sensibili su tutti i minori con i quali interagiscono, perfino la relativa geolocalizzazione; ed i seguenti dati, caricati sui server e sui svariati archivi online divengono, di conseguenza, probabile preda, oltre che agognato bottino, di hacker e malintenzionati.

Tuttavia, se questa pericolosa tipologia di giocattolo conserva ancora una sottile ed erronea parvenza di affidabilità, cosa potrebbe mai dirsi dei dispositivi informatici a tutti gli effetti? Perché, ad oggi, ai bambini non viene consegnato unicamente il giocattolo Smart ma anche il Tablet, lo smartphone o, peggio ancora, lo smartwatch.

Gli smartwatch per bambini, versioni, dunque, “light” dei rinomati dispositivi per adulti, nascono, quindi, per appagare desideri tecnologici e bisogni digitali dei minori del nuovo millennio ma ancor più per placare affanni, agitazioni e, forse, anche manie di controllo di genitori spaventati e probabilmente anche per il motivo sbagliato.

Dispositivi che pur essendo progettati per il giovanissimo pubblico conservano caratteristiche e capacità tipiche da smartwatch per adulti; piccoli congegni, quindi, che potrebbero rappresentare gravi fonti di pericolo per gli stessi adulti, figuriamoci, dunque, per i bambini; ed è questo, che in realtà, dovrebbero temere i genitori…ed è questo, che purtroppo, ancora ignorano.

La Norwegian Consumer Council (associazione di consumatori norvegese) ha, infatti, e proprio per l’occasione, commissionato una precisa analisi delle falle informatiche nei dispositivi in questione e ne è conseguito un responso decisamente allarmante e cioè che le aziende celate dietro questi piccoli ma grandi congegni non curano particolarmente il prodotto né  in termini di privacy né in termini di  sicurezza.

Questi piccoli orologi interattivi possono, infatti, geolocalizzare i minori, attivare audio remoto, registrazioni, comunicazioni vocali e attività di tracking; all’interno posseggono SIM e GPS proprio come i normalissimi smartphone ed in quanto tali a rischio concreto di violazione e abuso di raccolta dati.

Senza contare, poi, le versioni parallele, quelle importate senza i giusti controlli, versioni quasi identiche ma di differenti marchi e che ancor meno possono assicurare sicurezza e tutela di privacy. Le informazioni circa la geolocalizzazione risultano per l’opinione pubblica ancora informazioni da poco conto, eppure, rientrano a tutto vigore nella categoria dei dati personali godendo, in quanto tali, di particolare protezione.

Questo mix letale di incoscienza, sia da parte del produttore che del consumatore, e di vulnerabilità combinata ad una spiccata dose di immaturità dimostra, infatti, quanto il sistema delle aziende stia provando ad avvantaggiarsi costruendo imperi su di un settore che al momento innesca estremo interesse, abusando, forse, anche dell’incompetenza generale e palese di un pubblico non ancora pronto e, soprattutto, maturo per determinate tecnologie.

L’Internet of Things è un mondo tanto vasto quanto ricco di insidie; semplici giocattoli possono trasformarsi in subdole spie ed accessori accattivanti possono mutare in validi nemici; ma come sempre tutto dipende da noi.

Il giusto utilizzo ma, soprattutto, la giusta conoscenza di un determinato settore o di un determinato mezzo potrebbe, infatti, garantire e assicurare la tutela della propria persona e delle proprie informazioni, perché farsi tutelare è importante e necessario ma lo è altrettanto il tutelarsi.

Serena Giorgio è nata a Napoli nel 1986. Laureata alla Facoltà di Antropologia con 110 e lode e Giornalista Pubblicista regolarmente iscritta all’Ordine, vanta numerose collaborazioni con quotidiani, testate online ed emittenti televisive fondamentali per il panorama giornalistico partenopeo e campano. Scrittura, Video Editing, Letteratura ed Enogastronomia sono soltanto alcune delle sue intense passioni; vere e proprie storie d’amore che hanno rispecchiato a pieno la sua formazione, le sue specializzazioni e le sue attività lavorative. Autrice di numerosi testi e trattati circa la Storia della Musica e l’Antropologia dell’Alimentazione; Serena ha curato anche numerose attività di produzione e post produzione per importanti docu-fiction di carattere nazionale. Un saggio aforisma sostiene “Fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita”. Per sillogismo aristotelico, dunque, Serena non lavora... Serena ama.