Il calcio si è evoluto nel tempo
Il calcio si è evoluto nel tempo
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Dal Mago Helenio Herrera,  passando per Nereo Rocco, fino al Napoli di Vinicio. Come si è evoluto il calcio nel tempo?

Zurlì è il mago del giovedì, Herrera è quello della domenica“. Così, in una memorabile battuta comica,  il grande Paolo Panelli definiva la differenza tra Cino Tortorella e l’allenatore argentino della grande Inter di quell’epoca d’oro.

L’Inter di Herrera

Herrera, vinse, tra il 1962 e il 1966, tre campionati, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Il formidabile novero lo ottenne con l’Internazionale, l’Inter di oggi.

Siamo stati grandi quando si vinceva, cerchiamo di essere grandi anche ora che abbiamo perduto. Forse siamo rimasti troppo tempo sulla cresta dell’onda.  E tutti a spingere per buttarci giù. Ora saranno tutti soddisfatti“.

Così il Presidente Angelo Moratti dichiarò quando, a Mantova, il primo giugno 1967 ultima di campionato, perdendo per 1-0 (papera del grande Giuliano Sarti, portiere asciutto ed essenziale con grande senso di posizione) l’Inter diede via libera alla Juventus per la conquista del titolo italiano.

Nella settimana trascorsa, prima della sconfitta virgiliana, era stata persa anche la finale di Coppa dei Campioni (Celtic di Glasgow).

Il Milan di Nereo Rocco

Il Milan di Nereo Rocco si aggiudicò due scudetti, tre Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppa delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. Il tutto tra la fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70.

Due allenatori di grande carisma e profondi conoscitori del calcio.

Eppure vincevano grazie al catenaccio. Una tattica, tutta italiana, basata su una marcatura ad uomo asfissiante in difesa, un centrocampo capace di velocizzare al massimo l’azione offensiva e un attacco in grado di capitalizzare al massimo il minimo a disposizione.

Fuori casa, spesso, vincevano “quanto basta“: 0-1 e due punti portati a casa. Sì, due punti perché all’epoca la vittoria tanto valeva.

Calcio essenziale e semplice con calciatori in grado di esprimersi senza tatticismi esasperati e alchimie aggiunte. Un portiere (il numero 1) in grado di garantire sicurezza all’intero reparto difensivo (le urla si sentivano dagli spalti); due marcatori (generalmente il numero 2 e il numero 5), il terzino e lo stopper, che si appiccicavano alle due punte avversarie; un fluidificante (il numero 3 di cui Giacinto Facchetti ne impersonò il prototipo).

Il libero (numero 6, regista della difesa. Picchi, Losi, Cera, Scirea, Baresi e altri) un mediano di spinta (numero 4), e all’occorrenza interdittore; due centrocampisti, di cui uno ragionatore  e manovratore (numero 8) ed un altro genialoide e denominato “mezza punta”(numero 10); una delle due ali che fungeva da tornante (numero 7 generalmente); e due punte (numero 9 e numero 11).

La formula era denominata 4-4-2.

Il Napoli di allora e il calcio nuovo

Il Napoli di fine anni ’60 era imperniato su un grande sogno che si sarebbe, però, avverato solo alla fine del campionato 1986/87. L’attore principale era Josè Altafini, centravanti di eccelse capacità tecniche e, dal 1965 al 1968, affiancato da Omar Sivori, detto “el cabezon”.

Gianni Agnelli, che lo aveva preso alla Juventus a fine anni ’50, e dove sarebbe restato fino al trasferimento sul Golfo, diceva che Sivori era più di un fuoriclasse;  per gli amanti del calcio era un autentico vizio.

Tra i pali di quella squadra ci stava un giovane Dino Zoff, prelevato dal Mantova, sul quale presto mise gli occhi la Juventus. Nell’estate del 1972, a capo di una operazione assai articolata, quello che poi doveva diventare il Dino Nazionale approdava alla Juventus.

Al Napoli, dalla sponda bianconera, arrivarono Pietro Carmignani e un bel po’ di quattrini. A Napoli gli appiopparono il soprannome “Gedeone” e restò, a guardia dei pali, fino alla fine del campionato 1977.

Avrebbe condiviso con l’eccelso Zoff il numero di presenze. 144 per uno e 143 per l’altro.

Il campionato 73/74 segnò la svolta. Arrivò ‘o lione, Luis Vinicio. Ex calciatore, attaccante di valore, che aveva allenato il Brindisi, in serie B nella precedente stagione. Un allenatore che avrebbe lasciato a Napoli un ricordo indelebile.

Calcio spettacolare e assoluto precursore dei tempi che avrebbero reso celebre un certo Arrigo Sacchi. Il tecnico di quel Milan stellare, che avrebbe condiviso proprio col Napoli la ribalta del calcio italiano di fine anni ’80.

Nel campionato 74/75 solo una disgraziata domenica, il 15 dicembre 1974 al San Paolo e la partita di ritorno a Torino il 6 aprile 1975 (core ‘ngrato Josè e 2-1) segnarono l’intera stagione, con una classifica finale che vide la Juve a 43 e il Napoli a 41.

Il computo totale registrò perfino appena 3 sconfitte per i partenopei e 5 per i bianconeri allenati da Carlo Parola.

La differenza si sarebbe materializzata nella terminologia, fino ad arrivare alle attuali modifiche di un qualcosa che, in effetti, non è affatto mutato.

Ripartenze per contropiede; il quarto di difesa per “giustificare” un uomo in più nella retroguardia; il quarto di centrocampo che una volta era l’ala tornante. E chi più ne ha più ne metta.

La sola netta e significativa modifica è da individuarsi nell’abolizione del “libero“. E, personalmente, non so fino a che punto, tale “eliminazione“, può aver sortito benefico effetto alla causa. A prescindere dal notevole calo di tasso tecnico di coloro che calcano il manto erboso.