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Il nome della rosa, la nostra recensione del primo episodio

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Il nome della rosa, la nostra recensione del primo episodio

La serie sul capolavoro di Umberto Eco, Il nome della rosa, conferma la volontà della Rai di internazionalizzarsi e svecchiarsi

 

Il nome della rosa, probabilmente la più celebre opera di Umberto Eco nonché suo esordio nel mondo della narrativa, non ha certo bisogno di presentazioni. Romanzo vincitore del Premio Strega 1981 e inserito da Le Monde nella sua lista dei 100 libri del secolo, al primo libro dell’Umberto Eco romanziere è sempre stato riconosciuto il grande merito di aver sapientemente fuso azione, mistero, storia e speculazione filosofica in un mix appetibile non solo ai più eruditi. Quello andato in onda stasera su Raiuno è il primo episodio di quella che è la seconda trasposizione del romanzo di Eco, dopo quella cinematografica del 1986 con Sean Connery nel ruolo di Guglielmo da Baskerville. Ecco, dunque, le nostre considerazioni su questa prima puntata.

Un adattamento soddisfacente…

Partiamo subito col dire che questo esordio in prima serata de Il nome della rosa ci ha lasciati abbastanza soddisfatti. Il monastero teatro degli eventi è davvero ben ricreato, così come l’atmosfera oscura ed opprimente che si respira in esso. Nulla da dire sul cast, che già sulla carta si presentava come di prim’ordine: John Turturro è un credibilissimo Guglielmo da Barskerville, del quale riesce a rendere perfettamente l’aria saggia ma al tempo stesso scomodamente curiosa e sveglia; ottimo anche il giovane Damian Hardung nei panni dell’allievo Adso da Melk, mentre non possiamo esprimerci, visto il finora scarso minutaggio, sull’inquisitore Bernardo Gui interpretato da Rupert Everett, del quale non possiamo, però, che fidarci ad occhi chiusi. Ottimi i comprimari, Stefano Fresi su tutti. La sceneggiatura sembra ben adattare il romanzo di Eco, creando suspence nei momenti giusti ed incuriosendo lo spettatore, anche se…

…Nonostante qualche compromesso

Ciò di cui sembra difettare la serie, stando a quanto visto da questo primo episodio, è lo spessore filosofico di cui erano impregnate le pagine de Il nome della rosa. Si perdono, dunque, le elucubrazioni di Guglielmo sulle tesi pauperistiche che è chiamato a difendere nella disputa contro gli emissari papali (anche se il beneficio del dubbio va concesso, dovendo ancora entrare nel vivo della vicenda), così come l’aspetto quasi metafisico della biblioteca dell’abbazia, sulla quale viene ben creato il giusto alone di mistero funzionale alla storia ma che difficilmente potrà ricordare allo spettatore, una volta seguiti all’interno i protagonisti, quel mistico labirinto di borgesiana memoria descritto nelle pagine del libro. Sono, comunque, pecche prevedibili e giustificate, considerata la difficile resa di tali aspetti ed il non trascurabile dettaglio che un prodotto da trasmettere in prima serata sulla rete ammiraglia della tv nazionale non può permettersi certe velleità elitaristiche, dovendo cercare di soddisfare palati più e meno raffinati.

Il nome della rosa e la via per il rinnovamento

Il primo episodio di questa produzione italo-tedesca si porta dunque a casa una meritata promozione, in attesa di dare un giudizio definitivo una volta andate in onda tutte le otto puntate. Il nome della rosa segue la scia di altre produzioni recenti, come I medici o L’amica geniale, che, pur coi loro difetti, lasciano intendere da parte della Rai la volontà di rinnovarsi, uscendo da quello che era il tracciato solito degli ultimi decenni, fatto principalmente di fiction nazionalpopolari dalla vena comica e biopic di altalenante valore, e provando ad uniformarsi alla qualità media, ormai molto elevata, della produzione televisiva europea e americana. Se nessuna delle produzioni nominate raggiunge ancora i livelli di un Doctor Who o di uno Sherlock, insomma, si può sicuramente affermare che in Rai si è cominciato ad osare qualcosa in più, attingendo saggiamente alla storia e alla produzione nostrana più conosciuta e rischiando anche qualcosa in termini anche puramente visivi (la scena finale, con Adso da Melk in preda alle allucinazioni, è ben più disturbante di ogni altra cosa vista in Rai negli ultimi anni). La speranza è che tentativi del genere vengano premiati e che l’asticella, di conseguenza, venga sempre alzata di un centimetro in più.

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Nato a Napoli il 29/06/1993, la passione per la scrittura e per la tecnologia crescono in lui quasi pari passo: questa duplice natura lo porta a frequentare la facoltà di Ingegneria Chimica e contestualmente a coltivare le proprie velleità di scrittore. Comincia a collaborare con PSB nel giugno 2018, sperando di trovare in quest’esperienza il perfetto connubio di questi due animi.