adv

Equilibri da riesaminare e obiettivi da ponderare

L’esperienza insegna ad avere contezza dell’andamento di fatti e cose; un caso è un caso, due casi connotano una coincidenza, due coincidenze suscitano una curiosità, una curiosità provoca una domanda, una domanda contempla una risposta, una risposta presume una certezza.

Oggi, di contro, viviamo in un mondo di numeri, di supposizioni, di barcollanti supporti, si naviga a vista, mentre ci sarebbe assoluta necessità di un sicuro riferimento.

I dati sono chiari, ma il futuro è assai lontano dall’essere, almeno, presunto.

Questa tragica concretezza, lascia più di un ragionevole dubbio su cosa accadrà e, inevitabilmente, a corroborare le incertezze contribuiscono le situazioni critiche, in cui versano i “vari pezzi del motore”. Un sistema intero allo stremo.

Tre fasi sono state illustrate; la prima – quella attuale – che non si sa ancora quando potrà avere termine; la seconda – quella che deve indurci a comprendere come convivere con il virus – appena abbozzata e tutt’altro chiara; la terza – quella della ripartenza – in preda a nebulose elucubrazioni.

Un’immaginaria visione

Cosa resterà il giorno dopo? Un sogno incantato di una Città, funambolica e diabolica al tempo stesso, che si dimenerà tra fantasmi e intenzioni o, più verosimilmente, in una realtà culminata dallo straordinario calore della gente alle proprie, itineranti nella mente, icone e simboli? Ci sarà da scegliere tra il ricordo di una “Napoli Milionaria” – di Eduardiana memoria – l’accogliente “Faccia Gialla” tanto cara e invocata e i “mille culure”, “mille paure”, “a voce de’ criature”.

Un equilibrio, precario, tra il pensiero e l’azione; l’ideale e la consistenza; il sognatore ed il pragmatico.

Due modi diversi di valutare e finanche di vivere. Chi agisce baldanzoso convinto che il “tutto e subito”, comunque pagherà e chi, invece, guarda con scarso interesse all’immediatezza persuaso di essere, comunque, in un mondo organizzato, secondo la propria visuale.

Però, in fine dei conti, tutti individuiamo Polo, Croce, Darwin, Kerouc, Don Chisciotte, Lutero, “Mandiba” Mandela, Gandhi e, in qualche modo, forse anche la “beat generation”.
Né santi e neppure supereroi, ma solo “menti” che hanno reso uomini liberi, situazioni senza colore di pelle, confronti senza disuguaglianza. Eppure i vari risultati raggiunti hanno tutti un prezzo: delusioni e privazioni personali, scelte altruiste in nome di affetti ed emozioni, valutazioni in cui l’unico sacrificio è il proprio volere.
Di contro, sarebbe veramente interessante sapere cosa ispira nomi tipo: Alberto di Brandeburgo, Peirce, Adenauer. Senza nessuna condanna, solo per curiosità. il primo si vendeva le indulgenze per recuperare l’investimento fatto. Il secondo e il terzo nome?

Sufficiente documentarsi e comprendere.

In conclusione, “hic et nunc” è una scelta che imporrà, nel tempo, un “veleno”. Se si riesce a comprendere bene, altrimenti ci saranno duri, acuti, richiami alla futura realtà.

Svilire e deridere  il tempo passato;  inconsapevolezza  o terrore?

Essere guidati e dominati dalla propaganda è, ormai, una sorta di mantra che assale ogni contesto della società attuale. Sembra che l’importanza del contatto umano si basi, esclusivamente, su una risonanza  affidata ad una tirannia dell’istantaneo.

Penso che dovremmo assumere un atteggiamento più accorto, nella percezione delle questioni principali e nelle prerogative necessarie, ad affrontare un’emergenza dilagante sotto ogni profilo. Culturale, educativo, etico, comportamentale e cognitivo. Lucrare sul “traffico elettorale”, non paga e non permette di individuare strategie ed opportunità, celate all’immediato riscontro di interessi e soddisfazioni economiche, imprenditoriali e finanche produttive.

Se non ci rendiamo conto che la Cina conta di trecentomila unità da inviare, scaglionate, nell’immediato futuro,  in Africa – per dare avvio a infrastrutture strettamente collegate a sbocchi per una nuova economia – allora siamo destinati a essere spettatori di una partita che altri, invece, si apprestano ad affrontare da protagonisti. Con dovizia e cura di particolari. Intanto qui da noi ci si impunta con improbabili, ma oggi assolutamente necessarie, prebende assistenziali; tributi da poter evitare, ma ancora da comprendere; sciocchezze spiattellate, senza alcun pudore e scevre dal minimo concetto di intendere sviluppo, incremento ed espansione del fattore finanziario, quali volani per la ripartenza e la valorizzazione delle sinergie nostrane, oggi in preoccupante avvicinamento alla deriva.

Il compito precipuo della politica dovrebbe riprendere ad essere quello di guida e di indirizzo, di sprone e di linearità, di sviluppare idee ed accrescere la speranza. Non sembra più accettabile assistere, inermi, ad uno svilimento culturale ingigantito, a dismisura, da un’incapacità di pensiero e di riflessione. Il disfacimento delle regole è una rotta da invertire e il riprendersi il proscenio, da parte di competenze qualificate appare un’urgenza improcrastinabile.

Tra arrivi e partenze, un briciolo di cautela nell’etichetta e nella gestione dei comportamenti

A volte le differenze di un termine, sono tutte nel significato che lo rende unico nell’accezione di ciascuna etnia.

Provare per credere. Dalle nostre parti se un ragazzino bussa ad un citofono e scappa è un monello, altrove è etichettato come un “bambino bizzarro”. Se una persona, con la quale abbiamo un qualche contatto di conoscenza, incrociandoci in strada volge lo sguardo altrove evitando, o addirittura negando, il saluto, alla “nostra latitudine” la definiamo scostumata, in altri posti è una “persona riservata”. In una fila chi  cerca di avanzare di qualche posto, in maniera furbesca, non esitiamo a definirlo maleducato, al di là di un certo confine è “sbadato”. Un’altra modalità di “bollare” una comunità è addirittura fornita dalla cadenza linguistica che configura l’inflessione dialettale.

Un condizionale, in luogo di un congiuntivo, passa quasi inosservato se “sparato” da una voce di una determinata zona geografica, è indice di ignoranza crassa e totale, se coniugato da chi vive ben più a sud della linea gotica di nefasta memoria.

Una memoria che, ultimamente, si fa strada in contesti poco attenti alla peculiare posizione che occupano. Non sono particolarmente attratto da formalità circa l’abbigliamento, ma una certa sobrietà sarebbe comunque dovuta. Per rispetto ai ruoli e per riguardo istituzionale. Tuttavia sono assai più inquietato per le stravaganze, comportamentali e dialettiche, cui assistiamo quotidianamente.

Quando le stramberie iniziano a dilagare, e non sono circoscritte a spettacoli circensi, significa che le usurpazioni di spazi sono prossime e, al pari, se  le eccentricità travalicano le normali regole comportamentali, siamo alle soglie  di una  preoccupante veemenza. Quella verbale è superata da tempo, quale altra frenesia guida qualcuno?

Mi sembra che tutto questo stia diventando, ormai, una prassi. Ci vuole il senso della misura e vi è un limite invalicabile, che solo un giusto ed equilibrato connubio tra educazione,  cultura e modestia può evitare di superare

Non sta accadendo e questo non è affatto un segnale positivo. Il conforto deriva dalla sapienza di medici, come Ascierto, avulsi dal raccogliere starnazzi basati su prosopopee e autoreferenzialità circa una  lesa maestà.

C’era una volta l’idealismo ed il rispetto per le opinioni

Per vivere la prossima era  si dovrà, necessariamente, imparare a condividere e ciascuno dovrà fare la propria parte. Sembra inevitabile  accada in un futuro assai prossimo. Eppure, nell’attuale fase politica, non avviene se non nel momento di condividere, sui mezzi di informazioni, quanto si svolge all’atto di autocelebrazioni. Le circostanze sono talmente pianificate, nel perseguire lo scopo e nessuno può interagire; il buonsenso sparisce, in nome di una popolarità e di una propaganda sempre più dilaganti dal punto di vista virtuale, al punto di propinarci, in pasto, un “hakerato” sistema al posto di una insufficiente ed approssimativa efficacia. Altro che immunità di gregge, qui siamo ad un’urgente terapia d’urto per le responsabilità rifuggite.

Per chi parla  è sufficiente che altri abbiano espresso un’opinione, ma in virtù di qualcosa che sempre più spesso sfugge alla mente democratica e, cioè, che la decisione resti accentrata secondo il proprio punto vista. A questo punto scatta, quasi automaticamente, che è vero tutto e il contrario di tutto.

Se non si tornerà a scuola per il 18 maggio, l’anno sarà considerato terminato. Può accadere, ma l’impressione è di un’ennesima dimostrazione di come far ingoiare una medicina amara ad un bambino: a piccoli sorsi.

Tutto ciò accade senza che a nessuno sorga, almeno il sospetto, di come i limiti tra la dignità e la decenza della veridicità possano essere oltrepassati, in nome del tornaconto, unico ed incontrovertibile, del ricompattarsi.

Sono artifici di cui presto ci si dovrà rendere conto definitivamente, prescindendo da ogni tentativo di confondere manifestazioni di orgoglio e (in)competenze, con il non voler essere complici di un totalitarismo espressivo.