“Industria 4.0”: cosa significa, vantaggi, opportunità e come adattarsi

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industria 4.0 la nuova rivoluzione digitale

L’espressione “Industria 4.0” è stata usata, per la prima volta, nel 2011 alla Fiera di Hannover, in Germania. L’anno successivo fu istituito un gruppo di lavoro dedicato allo studio ed all’analisi dell’Industria 4.0, guidato da Siegfried Dais della multinazionale Robert Bosch GmbH e da Henning Kagermann della Acatech (Accademia tedesca delle Scienze e dell’Ingegneria) che riuscì a presentare, nel 2013, sempre all’annuale Fiera di Hannover, un report finale approfondito.

Per capire bene di che cosa si parla quando si fa riferimento all’Industria 4.0 bisogna innanzitutto partire da un excursus storico. Nel 2017 possiamo tranquillamente affermare che le Rivoluzioni Industriali che hanno attraversato il mondo occidentale sono state tre.

La prima, come tutti abbiamo appreso nei libri di storia a scuola, è avvenuta nel 1784, in Inghilterra, con la nascita della macchina a vapore, il cui funzionamento era basato sullo sfruttamento della potenza di acqua e vapore per meccanizzare la produzione.

La Seconda Rivoluzione Industriale è collocabile nel 1870 con lo sviluppo iniziale della produzione di massa attraverso l’utilizzo dell’elettricità, del petrolio come nuova fonte energetica e l’avvento del motore a scoppio.

Nel 1970 il mondo occidentale muta nuovamente con la Terza Rivoluzione Industriale segnata dalla nascita dell’informatica, da cui è scaturita l’era digitale che ha potenziato i livelli di automazione attraverso i sistemi elettronici e dell’IT (Information Technology).

La data d’inizio della Quarta Rivoluzione Industriale non è stata ancora ufficialmente stabilita, sicuramente perché è tuttora in corso e quindi, come ci insegna la storia, la si potrà concettualizzare solamente in seguito.

Ma sicuramente l’Industria 4.0 scaturisce da questa rivoluzione industriale, che si pone come obiettivo la produzione industriale automatizzata ed interconnessa.

Quando parliamo di Industria 4.0 generalmente ci riferiamo ad una serie di trasformazioni sia nei modi di produzione (cioè su come si producono beni e servizi), e probabilmente, anche nei rapporti di produzione (quindi per esempio tra datore di lavoro e lavoratore).

Ad ogni modo, gli elementi basilari su cui si sta lavorando allo sviluppo dell’Industria 4.0 sono:

  • a) L’utilizzo dei dati come mezzo per creare il valore, per la centralizzazione delle informazioni e la loro conservazione, dal momento che intorno ai dati si muove la potenza di calcolo delle macchine (big data, Internet of Things – IOT – , cloud computing, i dati aperti, etc…);
  • b) Analytics, cioè uno studio approfondito su come si possano concretamente far fruttare i dati raccolti, infatti, oggi, solo l’1% dei dati raccolti viene utilizzato dalle imprese, che potrebbero invece ottenere enormi vantaggi dal “machine learning”, cioè dalle macchine che correggono il loro funzionamento “imparando” dai dati progressivamente raccolti e analizzati;
  • c) Rapporto-interazione uomo-macchina, cioè uno studio su come ci relazioniamo alle macchine, agli strumenti, alle interfacce ed ai linguaggi;
  • d) Il ponte tra reale e digitale, cioè una volta che i dati sono stati recuperati, analizzati, studiati ed infine resi strumento attraverso il quale impostare le macchine, non rimane altro che trovare i modi e gli strumenti per produrre i beni, attraverso la stampa 3D, la manifattura additiva, le comunicazioni, la robotica, le interazioni machine-to-machine e i modi innovativi per utilizzare l’energia in modo mirato, tentando a riuscire a razionalizzare i costi ed ad ottimizzare le prestazioni.

Sulla scia di quanto detto fin ora, cioè che preoccupa un po’ tutti è: come cambierà il lavoro con l’Industria 4.0? Quali lavori verranno mantenuti, quali eliminati e quali si svilupperanno?  Dallo studio presentato al World Economic Forum, “The Future of the Jobs”, è emerso che, negli anni che verranno, gli elementi tecnologici e demografici influenzeranno in maniera profonda  la concettualizzazione del lavoro. Alcuni aspetti, come la flessibilizzazione del lavoro, stanno influenzando già da qualche anno l’impostazione del lavoro ma diventeranno ancora più centrali nell’imminente futuro.

Si stima che l’esito sarà la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, ma allo stesso tempo, ne vedremo sparire 7 milioni, quindi, con 5 milioni di lavoratori che non avranno più un’occupazione.

L’Italia, secondo queste stime, ne uscirebbe con un pareggio (200mila posti creati e altrettanti persi), quindi sicuramente meglio di altre nazioni come Francia e Germania.

A livello strettamente professionale, le perdite coinvolgeranno, per lo più, aree amministrative e della produzione; invece verranno implementate l’ambito finanziario, il management, l’informatica e l’ingegneria.

Muteranno quindi le competenze e le abilità ricercate: il problem solving rimarrà la soft skill più ricercata, ma assumeranno sempre più importanza il pensiero critico e la creatività. Secondo Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, “nel breve termine si possono prevedere saldi occupazionali negativi, nel medio-lungo termine non è assolutamente certa una contrazione degli occupati in numero assoluto, considerato anche l’impatto nell’indotto, in particolar modo nel terziario avanzato.

Il nostro Paese però deve sapere cogliere a pieno i benefici della quarta rivoluzione industriale, attuando iniziative sistemiche per lo sviluppo dello Smart manufacturing e fornendo ai lavoratori le competenze digitali per le mansioni del futuro”.

Se quanto detto fin ora ci fa immaginare cosa succederà nel futuro prossimo, dal momento che si parla di studi e stime, non ci resta altro che aspettare per vedere con i nostri occhi cosa effettivamente succederà nei prossimi anni.