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Da 500 a 5000 mila euro

Finalmente un passo avanti per un percorso lungo e travagliato, che vedrà tutelati in maniera differente e forse più seria i medici e il personale sanitario, che hanno attraversato un periodo non indifferente dal punto di vista umano e psicologico di fortissimo stress, a cui non sarebbe escludibile un periodo di burnout come diretta conseguenza.

Si inaspriscono le pene per coloro che assumono atteggiamenti offensivi e aggressivi verso la categoria dei medici e del personale sanitario. Sono all’ordine del giorno scene, che se si fosse in un cortometraggio definiremmo di ordinaria follia. Si è tutti più isterici e predisposti all’aggressione verbale, come se tutto fosse sempre pretendibile dovuto e concesso.
Le aggressioni ai medici e al personale avvengono ogni giorno negli ospedali ma anche a bordo dei mezzi del 118.

Come enuncia la legge approvata alla Camera: “Salvo che il fatto costituisca reato – recita la nuova formulazione approvata dall’Aula – chiunque tenga condotte violente, ingiuriose, offensive o moleste nei confronti di personale esercente una professione sanitaria o socio-sanitaria o di chiunque svolga attività ausiliarie di cura, assistenza sanitaria o soccorso, funzionali allo svolgimento di dette professioni, presso strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche o private è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 500 a euro 5.000”.

Violenza sui medici in aumento

Il trend è in perenne ascesa, ma pare che almeno l’80% delle violenze, in realtà, non venga denunciato. A gennaio del 2020 è stata condotta un’ennesima analisi per tastare la situazione su circa 2000 persone del settore medico di 19 regioni, le cui percentuali regionali sono ovviamente molto variabili anche in base all’utenza, ne è uscito fuori che almeno il 55% dei responders (intervistati) ha confermato di essere stato più di una volta aggredito verbalmente e nel 77% addirittura fisicamente.

Il dato più allarmante è che quasi l’80% dei casi non ha avuto seguito a denuncia, questo fa ben capire quanto il fenomeno sia tangibilmente sottostimato. Spesso sono troppo esigue le attività di censimento, mirate per la gestione dell’evento, e le vittime temono ritorsioni professionali che possano stigmatizzare il luogo di lavoro tra i colleghi, come per esempio essere considerati incapaci alla adattamento delle situazioni, o nel riuscire ad istaurare una buona comunicatività empatica con il paziente stesso.

Da cosa dipende questa escalation di violenza?

Probabilmente deriva dal tessuto socio-culturale, dal definanziamento del sistema SSN, da carenze organizzative, dalla poca canalizzazione informativa anche tra colleghi, che forse tacciono troppo le proprie esperienze di frustrazione lavorativa, e dalla necessità fattiva di misure che non siano solo estemporanee e a tempo per arginare questa spirale di violenza, che pare vederci spettatori inermi.

Quali soluzioni allora?

Da tempo si chiede la presenza tangibile nei presidi ospedalieri di forze di polizia. Colmare il vuoto applicativo delle norme, se pur esistenti, e quindi una concreta consapevolezza da parte del management aziendale, che spesso preferisce ignorare per non impegnare risorse nella prevenzione.

Si dovrebbe altresì umanizzare e valorizzare di nuovo tutte quelle figura che fino a poco tempo fa, sono state poco coinvolte nei luoghi di cura, assistenti sociali, psicologi che forse in un certo qual modo potrebbero fare da tampone emotivo-rassicurativo per i familiari e i pazienti in attesa.

Devono esistere forme legali di tutela, ma anche estreme forme di ammortamento emotivo morale per gli operatori e per l’utenza finale, occorre aprire gli occhi ed essere più pronti ad intervenire alla velocità della società, che muta esigenze e richieste di servizi sicuri a 360 gradi.

 

 Irene Sparagna